STORIA DEL MEDIOEVO
Feudalesimo e Cristianesimo medievale


MEDIOEVO. PAPATO E IMPERO

Gregorio Magno, manoscritto dell'Xi sec.

IL POTERE TEMPORALE DELLO STATO DELLA CHIESA NELL'ALTO MEDIOEVO

Gli storici sono soliti far iniziare il potere temporale della chiesa romana con la cosiddetta Donazione di Sutri che i Longobardi le fecero nel 728. Ma ciò che permise davvero a tale chiesa di costituirsi come "Stato" fu il rapporto coi Franchi.

Quando Carlo Magno entrò in Italia per farsi incoronare imperatore del sacro romano impero da papa Leone III, sottomettendo quasi tutti i Longobardi della penisola, i patti, in funzione anti-longobarda e anti-bizantina, erano già stati decisi sin dal tempo di Pipino il Breve. I Longobardi erano serviti alla chiesa fintantoché combattevano contro i Bizantini, ma quando non vollero riconoscere al papato, che li aveva appoggiati, un vero potere politico, la loro funzione, per la chiesa, era terminata.

Quando Carlo Magno accettò di farsi incoronare da un pontefice, gli abusi politico-istituzionali dei Franchi, iniziati sin dai tempi di Pipino il Breve, avevano raggiunto il culmine e trovarono nella chiesa romana una sanzionatrice d'eccellenza.

Pipino il Breve infatti, con un colpo di stato, aveva deposto l'ultimo re merovingio nel 752 e, conquistando il trono dei Franchi, aveva dato inizio alla dinastia carolingia. Ma siccome non era titolato formalmente a governare, chiese al pontefice la legittimazione del colpo di stato e quegli gliela diede immediatamente, pur sapendo di non poterlo giuridicamente fare, in quanto una cosa del genere sarebbe spettata semmai al basileus bizantino, o comunque a un potere di tipo laico.

In realtà la chiesa romana voleva un proprio regno nella penisola e non avendo potuto ottenerlo dai Longobardi, che non vollero cederle l'Esarcato appena sottratto ai Bizantini, contava su un intervento armato dei Franchi contro di loro, a condizione ovviamente che, in caso di vittoria, cedesse al papato l'Esarcato e la Pentapoli e non occupasse la parte meridionale dell'Italia (la sede romana non voleva sentirsi circondata).

La vicenda di Pipino il Breve fu la prima in cui un esponente ecclesiastico riconosceva un titolo politico di massimo livello a un sovrano civile. Si era costituito un precedente gravissimo per le sorti della cristianità, in quanto un esponente ecclesiastico pretendeva un esplicito ruolo politico.

La dinastia carolingia quindi non s'impose in maniera abusiva solo con Pipino il Breve, ma anche con Carlo Magno, il quale, ottenendo il titolo imperiale dal pontefice, compiva questa volta un colpo di stato direttamente nei confronti del basileus bizantino, che deteneva il medesimo titolo già a partire da Costantino.

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C'è una differenza sostanziale tra il sacro romano impero di Carlo Magno e quello di Ottone I di Sassonia. Il primo partiva da una posizione di debolezza: per legittimarsi aveva dovuto cedere ai compromessi con la chiesa romana e coi vari feudatari francesi; il secondo invece, a partire dal 936, pretende d'imporsi con la forza, facendo nascere il cesaropapismo.

L'impero di Carlo Magno era così debole, nonostante le conquiste coloniali nell'Europa centro-orientale (si pensi solo alla cattolicizzazione forzata degli stessi Sassoni) e la facile vittoria contro i Longobardi, che già alla morte del suo fondatore si sfasciò in maniera irreversibile, e solo con Ugo Capeto (987) si riformò una sovranità regale per un regno da cui, pur in mano alla dinastia capetingia per otto secoli, rimase sostanzialmente indipendente la feudalità nazionale, frammentata in una cinquantina di domini molto potenti. Il feudalesimo creato da Carlo Magno, che altro non era se non un applicazione del principio romano del do ut des, senza alcun particolare ideale da realizzare, s'era trasformato, subito dopo la morte di Carlo Magno, da obbedienza formale, da parte dei vassalli, al loro imperatore, appoggiato dal papa, in una sostanziale disobbedienza civile e politica.

Spieghiamo meglio le caratteristiche dell'impero carolingio. Esso s'era imposto sostanzialmente sulla base dell'illegalità, in quanto esisteva già a Bisanzio un "sacro romano impero", sin dai tempi di Teodosio. Il pretesto per eleggere Carlo Magno sovrano di pari titolo fu per la chiesa non solo quello di cacciare dall'Italia i longobardi ariani o comunque avversi alla curia romana, ma anche quello di impedire che i territori conquistati dai longobardi tornassero ai bizantini: in particolare la chiesa, che si trasformò in Stato proprio grazie alla sconfitta dei longobardi, voleva assolutamente impadronirsi dell'esarcato e del ducato romano, ch'erano in mano bizantina prima ancora dell'invasione longobarda.

La chiesa cattolica, utilizzando il falso della Donazione di Costantino (che verrà creduta vera per sette secoli), concedeva abusivamente ai franchi il titolo di imperatore e s'incorporava, altrettanto abusivamente, di territori che non le appartenevano e che le permetteranno di trasformarsi in un'entità politico-ecclesiastica, totalmente avversa a una unificazione della penisola che non avvenisse sotto la propria egemonia.

I bizantini dovettero accontentarsi della sola l'Italia meridionale, esclusi i pochi territori rimasti ai longobardi (ducato di Benevento e qualcosa in Puglia), e neppure per molto tempo, poiché, a causa delle continue intromissioni della curia pontificia, dovettero presto affrontare, uscendone nettamente sconfitti, dapprima le invasioni arabe in Sicilia, in seguito quelle normanne in tutto il Mezzogiorno.

In politica estera l'impero carolingio organizzò numerose guerre di conquista contro gli arabi di Spagna, gli àvari, i longobardi, le popolazioni slave e soprattutto quelle sassoni, quest'ultime convertite a forza al cattolicesimo latino. Concluse le 53 spedizioni militari, l'impero carolingio aveva praticamente raddoppiato i propri confini. Per la prima volta coi Franchi, i barbari, cattolicizzati e romanizzati, si erano mossi militarmente da ovest verso est, rappresentando così il nuovo volto dell'Europa occidentale: bellicoso, intollerante, colonialista... Solo nei confronti degli arabi di Spagna essi non riusciranno a conseguire significativi successi. Questo perché, sottovalutando la loro forza, si era pensato di poterli facilmente sconfiggere limitandosi a valicare i Pirenei: invece proprio questa difesa naturale permise agli arabi di restare in Spagna sino alla fine del 1400.

Che l'impero carolingio fosse una realtà del tutto fittizia, basato unicamente sull'uso militare della forza, è dimostrato anche dal fatto che subito dopo la morte di Carlo Magno, esso si frantumò in tre aree ben distinte, che a loro volta costituiranno l'embrione delle prime nazioni europee: Francia, Germania e Italia. Dei tre il regno che, a causa delle resistenze del papato, dei bizantini, degli arabi e degli ultimi longobardi rimasti, riuscì a realizzare l'unificazione nazionale per ultimo fu quello italico: un regno talmente effimero che già nel 961 era scomparso, inghiottito dai nuovi imperatori sassoni (gli Ottoni).

L'uso militare della forza si rifletteva, sul piano sociale, nella pratica del vassallaggio. Il rapporto di dipendenza personale da parte di un suddito nei confronti del proprio diretto superiore, fu usato da Carlo Magno per costituire la propria entità statale. Il suddito doveva giurare fedeltà al superiore, che, in cambio, gli concedeva una proprietà (feudo). Ovviamente il superiore si serviva di tale rapporto soprattutto nei momenti in cui occorreva usare la forza militare (p.es. per convertire i non cristiani) o semplicemente poliziesca (p.es. per reprimere il dissenso). Era quindi un rapporto basato sul reciproco interesse: politico, per il superiore, economico, per il suddito.

Lo Stato non era basato su un'idea comune, in cui il sovrano e il suddito si riconoscevano: la cultura, beninteso, c'era ed era quella del cattolicesimo latino, ma questa restava in subordine rispetto alle caratteristiche del patto di vassallaggio. Ciò che più importava non era l'ideale di cristianità, ma la subordinazione gerarchica, in virtù della quale il sovrano poteva esercitare un potere assoluto.

Tale meccanismo, di derivazione culturale papista, cominciò a incepparsi nel momento stesso in cui il suddito, una volta ottenuto il beneficio economico, pretendeva anche un certo riconoscimento politico da parte del sovrano: il vassallo voleva contrattare alla pari col proprio sovrano, e quando questi opponeva resistenza, ecco che nasceva, come reazione automatica, la cosiddetta "anarchia feudale". Nel feudalesimo dell'Europa occidentale non sembra esserci un ideale condiviso, ma soltanto un interesse da far valere: un rapporto politico basato sulla forza veniva distrutto dalla forza di chi aveva dovuto subire le condizioni del proprio superiore.

Il Capitolare di Quierzy (877), in tal senso, costituisce un vero spartiacque tra una dittatura sub condicione e una vera e propria anarchia politica, in cui il perimetro del territorio locale, avuto prima in usufrutto, poi rivendicato come proprietà privata, diventava il luogo ove esercitare un dominio assoluto, dispotico, da parte del signorotto che aveva prestato giuramento di fedeltà al suo sovrano. I vari feudatari si trasformarono in piccoli imperatori nei loro possedimenti, continuamente in lite tra loro per questioni di confine. Ci vorrà molto tempo prima che la Francia si costituisca come nazione vera e propria, cioè ci vorrà Giovanna d'Arco e la guerra secolare contro gli inglesi.

L'impero carolingio ebbe termine nell'887, con la deposizione di Carlo il Grosso, avvenuta dopo 73 anni dalla morte di Carlo Magno (814). Il Capitolare di Quierzy fu l'ultimo tentativo disperato di tenere unito un impero i cui protagonisti volevano invece spezzarlo il più presto possibile.

La Francia, tuttavia, seppur formalmente, vide riconosciuta una corona regale. L'Italia invece, oppressa dalla presenza della chiesa romana, non riuscì a riconoscere un re neppure formalmente e venne abbastanza presto incorporata nella sovranità imperiale germanica. Ottone I unificò la corona d'Italia e di Germania senza ancora avere il titolo imperiale (951). Egli era diventato re di Germania dal 936, ma doveva combattere l'anarchia feudale con non meno vigore del suo collega francese.

Il sovrano italiano (della parte settentrionale della penisola) non era riuscito assolutamente a porre un argine all'anarchia feudale. Ottone invece per riuscirvi escogitò una trovata geniale: nominare dei propri vescovi di fiducia, cioè dei funzionari di stato per l'amministrazione soprattutto delle città, aventi tutte le cariche politiche dei feudatari laici, ma caratterizzati dall'obbligo del celibato, che la chiesa romana voleva imporre a tutto il clero, non senza certe resistenze, in quanto la prassi era sconosciuta in area bizantina. In tal modo i beni del vescovo-conte, ottenuti in usufrutto, non potevano essere lasciati in eredità e, alla sua morte, tornavano al sovrano, che così poteva disporli come meglio credeva. Vescovi del genere facilmente potevano essere accusati di non avere alcuna vocazione religiosa.

Poiché Ottone I si sentiva il vero erede di Carlo Magno, si fece incoronare imperatore da papa Giovanni XII nel 962, dando così inizio al sacro impero romano-germanico, che durerà sino al 1806, allorché Napoleone gli metterà una pietra sopra dopo aver occupato la Germania.

La cosa più curiosa di questa incoronazione è che il papa vi acconsentì nonostante che Ottone avesse imposto una condizione molto umiliante per l'autonomia della chiesa, e cioè il fatto che l'elezione del pontefice, d'ora in poi, sarebbe dovuta dipendere dal consenso dello stesso imperatore (privilegium Othonis): un cesaropapismo in piena regola, che i Franchi non avrebbero mai avuto il coraggio d'imporre. Per quale ragione la chiesa istituzionale si risolse in un primo momento a sottostare a un diktat così restrittivo, quando poi, di lì a poco, avrebbe scatenato una durissima lotta per le investiture ecclesiastiche (1075-1122) contro i sovrani germanici?

I motivi forse possono essere due: da un lato essa aveva ricevuto assicurazione che il nuovo sovrano avrebbe espulso definitivamente dall'Italia meridionale i bizantini, consegnando questi territori allo Stato della chiesa; dall'altro si può pensare che all'interno della cristianità occidentale la corruzione, favorita peraltro dagli stessi vertici ecclesiastici, abituati da tempo a ragionare in termini di puro potere, era già così forte o così vasta che il papato temeva che anche all'interno dello Stato della chiesa si potesse formare una sorta di anarchia feudale in grado di minare il principio di autorità ecclesiastica.

Insomma il consenso all'incoronazione fu il frutto di un compromesso dovuto a un momento di debolezza della chiesa romana, che aveva pertanto bisogno di un "braccio secolare" con cui reprimere il dissenso. Forse essa aveva sottovalutato il fatto che in questa nuova intesa politica chi andava ad acquisire maggiori poteri era soltanto il sovrano tedesco.

Tuttavia l'autoriforma in senso dittatoriale della chiesa romana non si fece attendere e, col Dictatus papae (1075) di Gregorio VII si pongono le basi del futuro Stato teocratico, che non avrebbe certo potuto accettare alcun rapporto di sudditanza nei confronti dell'imperatore tedesco (tant'è che proprio a partire da questo momento si usa la scomunica come arma politica, mettendo i sudditi del sovrano in condizione di non dovergli ubbidire), e che infatti impose il principio, col Concordato di Worms (1122), secondo cui i pontefici, nei regni d'Italia e di Borgogna, potevano intervenire in prima persona in tutti i casi di elezioni contrastate, indipendentemente dalla volontà del sovrano.

Da notare che in questa riforma (preceduta dalla rottura definitiva del 1054 con la chiesa bizantina) Gregorio VII pose tre principi fondamentali che sono rimasti in vigore ancora oggi:

  1. il papa deve essere eletto dai cardinali, cioè non dall'imperatore né dai vescovi (molti dei quali erano stati nominati dallo stesso imperatore): il collegio cardinalizio era in sostanza un consesso di pochi supervescovi fidatissimi, in cui il papa, che li nominava di persona, poteva riporre ogni fiducia;
  2. tutto il clero doveva essere eletto dall'alto clero, senza consensu ecclesiae da parte del laicato;
  3. tutto il clero doveva restare celibe, sicché alla morte di ogni prelato, dal più piccolo prete di campagna al più alto porporato, i beni tornavano sempre alle casse dello Stato della chiesa.

Era una dichiarazione di guerra non solo all'imperatore, ma anche ai bizantini, che avevano regole diversissime, e persino alla stessa cristianità latina, cui veniva chiesto di uniformarsi passivamente a una sorta di autoritario fondamentalismo politico-religioso. Il fatto che la chiesa ambisse decisamente ad acquisire il massimo potere politico ora veniva pienamente legittimato in sede giuridica, come giustificazione canonica di una prassi di antica data.

CHIESA E IMPERO NEL BASSO MEDIOEVO

FEDERICO BARBAROSSA

Dopo il Concordato di Worms (1122), l'impero e il papato attraversarono un periodo di crisi che favorì l'ulteriore sviluppo delle forze locali (aristocratiche e borghesi): la corona del regno di Germania, e perciò anche le annesse corone del regno d'Italia e dell'impero, erano disputate tra guelfi e ghibellini (che in origine non esprimevano due partiti ideologicamente diversi ma soltanto due casate aristocratiche: di Baviera i primi, di Svevia i secondi, che s'imposero negli anni 1125-52).

Il papato era stato messo in crisi dal movimento comunale, estesosi, grazie all'operato di Arnaldo da Brescia, anche a Roma. D'altra parte la chiesa s'era sempre servita dei Comuni contro le pretese cesaropapiste degli imperatori germanici. Ecco perché aveva permesso lo sviluppo della borghesia.

Il confronto tra guelfi e ghibellini si concluse proprio con l'elezione di Federico I di Svevia, detto Barbarossa (1152-90), che era ghibellino ma, per parte di madre, guelfo.

Riordinato il mondo tedesco, Federico poté riprendere la politica sacro-romano-imperiale da sempre perseguita dai re di Germania. Tuttavia, a differenza dei predecessori sassoni, che avevano dovuto combattere soprattutto contro la chiesa romana, egli trovò una ferma opposizione anche da parte dei Comuni del nord Italia, decisi a difendere le autonomie da tempo conquistate e quindi disposti ad accettare ampie intese col papato in funzione anti-imperiale.

Il programma di restaurazione dell'impero cristiano-universale risultava anacronistico anche rispetto agli sviluppi in corso in Francia e in Inghilterra, orientate secondo una prospettiva monarchico-nazionale, dove la gestione del potere politico da parte della nobiltà e quella dell'economia da parte della borghesia trovavano favorevoli convergenze.

Federico I scese in Italia perché chiamato dai Comuni di Como e Lodi, fagocitati dalle mire espansionistiche di Milano; lo chiamò anche il marchese di Monferrato, contro i Comuni di Asti e Chieri; e persino dal papa Adriano IV, per eliminare la scomoda figura di Arnaldo da Brescia, che a Roma, fin dal 1143, aveva creato una repubblica comunale. A Roma Federico fece giustiziare Arnaldo, ma i tumulti scoppiati subito dopo lo costrinsero a tornare in Germania. Durante la prima discesa (1154-55) aveva distrutto Asti, Chieri e Tortona.

Prima della seconda discesa (1158-62) Milano aveva distrutto Lodi e ricostruito Tortona, e il papato, intenzionato a considerare l'impero come un proprio "feudo ecclesiastico", aveva stretto una forte alleanza coi Normanni contro Federico (già dal 1059, col Concordato di Melfi, i Normanni d'Altavilla avevano stretto un patto feudale col papato, con cui si dichiaravano formalmente suoi vassalli). Federico, per tutta risposta, costrinse Milano, dopo un lungo assedio, a giurargli fedeltà e volle imporre a tutti i Comuni di accettare propri rappresentanti per la gestione dei diritti imperiali.

La rivolta dei Comuni fu generale: Federico distrusse Milano e Crema e, proprio nel momento in cui sembrava aver la meglio, il successore di papa Adriano IV, Alessandro III (1159-81) gli lanciò la scomunica in quanto la sua elezione non era stata approvata dallo stesso Federico, che gli aveva contrapposto un antipapa. Papato e Comuni lo costrinsero a ritornare in Germania.

Anche con la terza discesa (1163-64), dopo aver nuovamente distrutto Tortona, fu costretto a tornare in Germania per le resistenze comunali.

In occasione della quarta discesa (1166-68) si formarono due leghe comunali, quella Veronese e quella Lombarda, intenzionate a contrastare duramente gli imperiali, i quali infatti, si limitarono a dirigersi verso Roma, per insediarvi il loro antipapa, ma una terribile pestilenza scoppiata nelle file dell'esercito, li costrinse a tornare in Germania.

Nel corso della quinta discesa (1174-77) Federico subì una pesantissima sconfitta militare a Legnano da parte delle Leghe, al punto che fu costretto a riconoscere tutti i diritti comunali (pace di Costanza). Era stata la vittoria di un esercito di mercanti, artigiani, operai e contadini contro un esercito feudale di cavalieri professionisti dell'arte militare.

La sesta e ultima discesa (1185-86) fu del tutto pacifica, in quanto unicamente motivata dalla decisione, invano ostacolata dal papato, di unire in matrimonio, nel 1186, il proprio figlio Enrico VI con Costanza d'Altavilla, erede del regno normanno di Napoli e Sicilia.

Federico sperava di conquistare l'Italia con una politica matrimoniale, invece morirà annegato in un fiume della Cilicia (odierna Turchia), mentre partecipava alla terza crociata.

Va detto che mentre a Bisanzio e a Mosca l'idea cristiano-imperiale poté durare molti secoli perché sempre sostenuta, salvo singole eccezioni, dalla chiesa istituzionale, in occidente essa durò pochissimo proprio perché il papato si poneva in netto antagonismo rispetto all'imperatore, avendo ambizioni di egemonia politica. Furono proprio queste ambizioni, inevitabilmente destinate a corrompere gli ideali cristiani originari, che avevano indirettamente portato alla nascita della borghesia, culturalmente e moralmente indifferente alla religione. La corruzione dell'alto clero era stata colta dai mercanti e dagli artigiani come pretesto per cercare di far passare uno stile di vita che di cristiano aveva solo le apparenze.

Era dunque letteralmente impossibile per uno sovrano come Federico affermare l'idea medievale cristiano-imperiale contro la volontà di chiesa e borghesia, che in quel frangente si trovarono persino alleate. L'unica cosa intelligente ch'egli riuscì a fare fu quella di realizzare una politica matrimoniale coi Normanni per impedire alla chiesa di annettersi l'intero Mezzogiorno.

INNOCENZO III

Dei tre più importanti papi teocratici del Medioevo (Gregorio VII, Innocenzo III e Bonifacio VIII), il più impegnato politicamente fu il secondo, che probabilmente, prima ancora di diventare papa, contribuì a far morire prematuramente Enrico VI di Svevia (1990-97), il quale, grazie al matrimonio voluto da suo padre Federico Barbarossa con Costanza d'Altavilla (zia dell'ultimo sovrano normanno, privo di eredi: Guglielmo II il Buono), era riuscito a impossessarsi del regno normanno, a dispetto del papato, che ne rivendicava il possesso, avendolo concesso come feudo al primo sovrano normanno, e che ora non voleva assolutamente che il proprio Stato si trovasse circondato dai Germanici.

Naturalmente non si è certi di questo coinvolgimento di Innocenzo III nella morte del giovane imperatore e naturalmente non è per questo motivo che tale papa va considerato il più fanatico e intollerante dei tre (se, per questo, Bonifacio VIII fece assassinare il suo predecessore, Celestino V).

Innocenzo III era già un prelato molto noto quando, a soli 37 anni, divenne pontefice, eletto col voto unanime del conclave. Lui ambiva chiaramente ad emulare il predecessore che stimava di più, che, guarda caso, era proprio Gregorio VII, l'inauguratore dogmatico della teocrazia pontificia.

Il suo obiettivo era quello di porsi come erede politico e spirituale del potere imperiale, tant'è che la prima cosa che fece fu quella di nominare, nel 1202, Alberto di Buxthoeven primo vescovo di Livonia (oggi inclusa nella Lettonia), che fondò l'ordine cavalleresco dei Portaspada al fine di cattolicizzare con la forza la regione, terra di frontiera tra il cattolicesimo e l'ortodossia russa. Siccome i livoni non volevano rinunciare ai propri riti pagani e uccisero alcuni missionari cristiani, Innocenzo III decise di proclamare una crociata e incaricò appunto l'ordine dei Portaspada, aiutato da quello Teutonico, di conquistare e controllare la regione.

Nel 1201, oltre a prendere in consegna da Costanza il figlio avuto da Enrico VI, e cioè Federico (il futuro imperatore Federico II di Svevia), scelse come imperatore del Sacro Romano Impero non il legittimo erede di Casa Svevia (appunto Federico), bensì il guelfo Ottone di Brunswick, facendogli promettere che non avrebbe mai rivendicato il possesso dell'ex regno normanno. Nel contempo sollecitò i Comuni italiani a cacciare dai loro territori i delegati imperiali, permettendo così ad essi di riaffermare la loro ampia autonomia dall'impero, come al tempo della Lega Lombarda contro Federico I detto "Barbarossa", quell'autonomia che, di lì a poco, gli stessi Comuni avrebbero utilizzato anche contro il papato.

Quando poi si rese conto che Ottone aveva intenzione di appropriarsi del regno di Sicilia, che gli spettava di diritto, lo scomunicò e, al suo posto, impose il giovanissimo Federico II (1214), di cui evidentemente si fidava di più.

Per eliminare Ottone, che non aveva accettato la scomunica, il papa organizzò la battaglia di Bouvines (1214), cioè il primo grande conflitto internazionale tra coalizioni di eserciti nazionali cattolici in Europa. Filippo Augusto di Francia, che parteggiava per il papato, inflisse ad Ottone IV di Germania e al conte Ferdinando di Fiandra una sconfitta così decisiva che Ottone venne deposto e sostituito da Federico VII Hohenstaufen o di Svevia (poi Federico II del Sacro Romano Impero). Ferdinando venne catturato e imprigionato, mentre Filippo riuscì ad avere il controllo completo dei territori di Angiò, Bretagna, Maine, Normandia e Turenna, che aveva da poco strappato al re inglese Giovanni, parente e alleato di Ottone.

Prima di quella battaglia il papa aveva sponsorizzato un'altra grande battaglia, quella di Las Navas de Tolosa (1212), dandole lo statuto di una grande crociata anti-islamica. In essa i regni di Navarra, Aragona, Catalogna, Castiglia e Portogallo, appoggiati da gruppi di cavalieri provenienti da tutto l'occidente, sconfissero l'esercito almohade (berbero-arabo, con quote non indifferenti di turchi, turkmeni e curdi), presente nella penisola iberica, dando una svolta decisiva alla riconquista cattolica della penisola.

Educato negli ambienti della curia pontificia, il nuovo imperatore Federico II aveva capito bene come dissimulare le sue vere intenzioni. Egli infatti aveva promesso al papa: a) che non avrebbe mai riunito la corona siciliana con quella germanica imperiale, ovvero che avrebbe ceduto in eredità (nel testamento di morte) tutto il Mezzogiorno come feudo alla chiesa romana; b) che avrebbe quanto prima intrapreso una nuova crociata in Palestina. Tali crociate servivano al papato sostanzialmente per due cose: 1) aumentare la propria sfera d'influenza sul piano giurisdizionale; 2) tenere impegnati militarmente gli imperatori al di fuori dei confini italici, nella speranza che morissero (come già era successo al Barbarossa).

Per assicurarsi che questi progetti andassero in porto, il papa pretese che il re inglese e quello d'Aragona si dichiarassero suoi vassalli, e anche i sovrani francese e portoghese subirono le sue pressioni (probabilmente sotto la promessa di cedere loro parte dell'ex regno normanno a titolo di feudo: in fondo i Normanni erano già stati chiamati dalla chiesa per eliminare i bizantini dall'Italia meridionale). Innocenzo III si comportò così perché, nel caso in cui Federico II non avesse mantenuto fede alla promessa di consegnare il Mezzogiorno al papato, avrebbe chiesto aiuto ad altri sovrani stranieri per obbligarvelo.

Assolutamente intenzionato a egemonizzare l'area orientale del Mediterraneo, il papa promosse la grande crociata del 1204, avente lo scopo di fondare nelle terre bizantine e islamiche un impero latino d'oriente, naturalmente sotto il suo protettorato. Cosa che puntualmente avvenne, grazie soprattutto all'apporto finanziario e logistico dei veneziani, che, invece di togliere la Palestina all'islam, si limitarono, coi crociati, ad occupare Costantinopoli, che, prima d'allora, non era mai stata saccheggiata, meno che mai da dei cristiani.

Il papa si guardò bene dallo scomunicare i crociati e i veneziani; fece finta d'essere dispiaciuto per l'orrendo massacro di vite umane e l'incredibile saccheggio di beni di grande valore (molti dei quali si trovano ancora oggi nella stessa Venezia). In realtà il papa era ben contento d'aver inferto un duro colpo alla rivale chiesa ortodossa, da cui infatti la chiesa romana si separerà definitivamente nel 1054. A partire da quella crociata i rapporti tra le due chiese si guasteranno in maniera irreparabile.

L'impero latino, capeggiato da Baldovino di Fiandra, rimase in vigore fino al 1261, quando i bizantini, riusciti a riprendersi, cacciarono i latini dai loro territori.

Innocenzo III provvide a organizzare crociate non solo esterne ma anche interne alla cristianità occidentale: p.es. scomunicò i valdesi (1184), che, a causa delle violente persecuzioni, furono costretti a rifugiarsi nelle vallate alpine del Piemonte e del Delfinato, da dove, tre secoli dopo, decideranno di aderire al calvinismo.

Contro gli Albigesi (detti anche Catari, cioè "puri") organizzò una grande crociata, durata due anni (1209-1211), in cui gli eretici furono tutti sterminati dalle truppe guidate da Simone da Monfort, che aveva già partecipato al massacro di Costantinopoli (i morti furono da 20.000 a 40.000).

Nel 1215 il papa convocò il IV concilio lateranense, che emanò settanta decreti di riforma. Tra questi venne definitivamente dichiarata la superiorità della Chiesa rispetto a qualunque altro potere secolare; si istituiva il tribunale dell'Inquisizione contro le eresie; s'incoraggiava la predicazione popolare, legittimando soprattutto l'ordine domenicano di Domenico di Guzman (1170-1221), al quale venne affidata la gestione sia dell'istruzione del clero e dei laici (monopolio dell'istruzione pubblica e privata, impartita a titolo gratuito) che del tribunale dell'inquisizione; si decise inoltre una crociata generale in Terra Santa (la quinta), poiché Gerusalemme era sempre nelle mani dei musulmani.

Quanto alla regola di Francesco d'Assisi, siccome gli appariva troppo vicina a quella degli altri movimenti pauperistici che aveva già fatto eliminare, la approvò solo verbalmente, benché essa non contenesse alcun aspetto politico di cui preoccuparsi. Per vedersela approvata dal nuovo papa Onorio III, nel 1223, Francesco dovette comunque attenuarne il rigore. Innocenzo III non aveva ancora capito bene come strumentalizzare il movimento francescano, anche se sicuramente aveva capito che Francesco era politicamente inoffensivo.

Non fece in tempo a vedere il voltafaccia di Federico II, intenzionato ad annettersi il regno di Sicilia. Morì mentre stava percorrendo l'Italia per indire una nuova grande crociata.

Innocenzo III non arrivò mai a capire che nell'ambito del sistema feudale un qualunque indebolimento della funzione imperiale avrebbe necessariamente comportato un indebolimento della funzione ecclesiastica.

FEDERICO II DI SVEVIA

I) La minore età di Federico II, figlio di Enrico VI e Costanza d'Altavilla, nonché la crisi dell'impero dopo la sconfitta nella battaglia di Legnano contro i Comuni del nord-Italia, crearono le condizioni favorevoli al tentativo del papato di sostituirsi all'impero nell'esercizio della sovranità politica universale.

II) Il nuovo papa, Innocenzo III (1198-1216) si propose di rilanciare il programma teocratico di Gregorio VII, per il quale il potere politico dei sovrani cattolici proveniva da Dio attraverso la Chiesa: cioè nessun potere laico era legittimo senza il previo riconoscimento da parte della Chiesa. Di qui la teoria, elaborata da Innocenzo III, della Luna-Impero che riceve la sua luce dal Sole-Chiesa.

III) Il papa cominciò ad applicare questa teoria nella città di Roma, dove l'autorità politica era costituita dal prefetto, rappresentante dell'imperatore, e dal Senato, organo di governo del Comune. Il prefetto gli prestò giuramento, mentre il Comune accettò una costituzione che dava al papa il potere di nominare il senatore al quale era affidato il governo della città. Poi proseguì l'azione in quei territori dove più forte era l'influenza della Chiesa: Umbria, Marche e Romagna (che più tardi formeranno lo Stato della Chiesa). Aiutò i Comuni di queste regioni a liberarsi dalla tutela imperiale e li indusse a porsi sotto la sua protezione. Fece inoltre riconoscere a Costanza d'Altavilla, vedova di Enrico VI, la signoria feudale della Chiesa sul regno normanno e, alla morte di lei (1198), assunse la reggenza per conto del piccolo Federico, col proposito di dividere il regno di Sicilia dalla Germania.

IV) Sicilia, Aragona, Portogallo, Inghilterra, Francia, Svezia, Danimarca, Polonia, il regno di Gerusalemme e l'impero latino di Costantinopoli (1204-61) riconobbero la sovranità del papa, il quale, in cambio, appoggiò i movimenti espansionistici del mondo cristiano: a nord-est, dove i monaci-cavalieri dell'ordine Teutonico e di Portaspada procedettero con estrema violenza alla cristianizzazione dei Paesi Baltici, con l'aiuto delle città commerciali della Lega Anseatica (1202-1204) nel Mare del Nord (Amburgo, Danzica, Lubecca, Stettino, Brema ecc.); nel Mezzogiorno francese, dove scatenò la crociata contro gli Albigesi, ottenendo il feudo di Avignone; a oriente, dove bandì la 4a, 5a e 6a crociata contro i Turchi in Palestina; a occidente, dove bandì una crociata contro i Musulmani di Spagna, che si concluse a favore dei cristiani. Contro le eresie ricorse non solo allo strumento della crociata, ma anche a quelli dell'Inquisizione e degli Ordini mendicanti (soprattutto Francescani e Domenicani: quest'ultimi, a partire dal 1233, dirigeranno il Tribunale dell'Inquisizione).

V) Innocenzo III riuscì anche a coalizzare le forze di Federico II di Svevia e di Filippo II Augusto, re di Francia, sia contro il re inglese Giovanni Senza Terra, che aveva rifiutato di riconoscere come primate della Chiesa inglese un cardinale nominato dal papa, reagendo alla scomunica, che quest'ultimo gli aveva lanciato, con la confisca di tutti i beni della Chiesa inglese; che contro le rivendicazioni alla corona imperiale di Ottone IV di Brunswick (Germania), che, pur essendo del partito guelfo, non piaceva a Innocenzo III, avendo cercato di conquistare l'Italia meridionale. La vittoria della coalizione filo-papale rafforzò per un breve periodo di tempo l'idea della teocrazia, ma in seguito si rivelò alquanto effimera: sia perché la Francia iniziava ad affermare le proprie tendenze espansionistiche ed assolutistiche anche ai danni del papato; sia perché Federico II era quanto mai interessato alla costituzione di una monarchia siculo-italiana (spostando nell'isola il centro dell'Impero), pur avendo egli promesso al papa che, appena divenuto imperatore, avrebbe rinunciato alla corona siciliana; sia perché infine Giovanni Senza Terra, per non perdere la propria corona, dopo la sconfitta militare, sarà costretto, a causa di una rivolta delle forze feudali e urbane unite, a concedere la Magna Charta Libertatum, la quale pone le premesse per la formazione dello Stato moderno, indipendente dalla Chiesa.

VI) Magna Charta Libertatum (1215)

- Essa per la prima volta sancisce, sul piano della legittimità, che: 1) i rapporti tra il re e la nobiltà sono regolati non più da atti di forza o dalla consuetudine feudale, ma da un patto bilaterale, giurato e sottoscritto, che impegna a precisi obblighi i contraenti; 2) il patto è ritenuto unica fonte legittima cui fare riferimento in caso di rivendicazioni avanzate da una parte o dall'altra, e in casi di contestazione per eventuale abuso di diritti. Alla concessione della Magna Charta seguirà col tempo l'istituzione del Parlamento, organo di controllo dei poteri statali e di tutela delle libertà sancite dallo statuto.

- Sul piano del merito essa prevede: 1) il re s'impegnava a non intromettersi nella elezione delle cariche religiose e a non impadronirsi dei beni ecclesiastici; 2) egli prometteva di non pretendere dai suoi vassalli (baroni, grande borghesia e alto clero) tributi straordinari senza il loro esplicito consenso; 3) garantiva che i membri di questi ceti sociali non potevano essere arrestati, dichiarati fuorilegge e sottoposti a confisca dei beni senza il giudizio di tribunali composti da uomini di grado e posizione uguali; 4) si permetteva ai mercanti stranieri la libera circolazione in Inghilterra; 5) si stabiliva l'unità di pesi e misure per tutta la nazione.

- Nonostante che questo patto non concedesse alcun diritto alle classi sociali marginali, il re, sostenuto dal papa, si rifiutò di riconoscerlo, per cui esso, in un primo momento, non venne applicato alla lettera. In questo senso, forse ad esso fu data un'importanza più grande di quella che effettivamente ebbe, per quanto esso costituì un punto di riferimento cui sempre ci si richiamerà ogniqualvolta si tratterà di risolvere delle controversie tra monarchia e aristocrazia.

VII) Federico II (1220-1250). Intanto Federico II, uscito di minorità, cercò di unire al suo trono siciliano quello tedesco, e vi riuscirà dopo otto anni di dura lotta contro i guelfi di Ottone IV. Resosi tuttavia conto che il Meridione italiano rischiava di finire sotto l'egemonia del papato, decise di riorganizzare il regno di Sicilia, trasferendo qui il centro di tutte le sue iniziative politico-culturali ed economico-amministrative. I problemi maggiori che doveva affrontare erano l'anarchia feudale e il controllo di tutto il commercio insulare da parte delle repubbliche marinare centro-settentrionali.

VIII) La morte di Innocenzo III lo aveva liberato dai due impegni assunti in precedenza con la Chiesa: promuovere una crociata in Oriente e rinunciare alla corona siciliana dopo aver ottenuto quella tedesca. Uno dei successori di Innocenzo III, Gregorio IX, gli lanciò la scomunica per indurlo a fare la crociata e ad allontanarsi dal Meridione. Federico accettò, ma, invece di ricorrere alle armi, preferì venire a patti col sultano d'Egitto. Il papa non solo rifiutò l'accordo, confermando la scomunica, ma bandì anche contro di lui, durante la sua assenza, una crociata nel Meridione. Federico dovette ritornare subito in Italia e combattere contro l'esercito pontificio. La scomunica venne revocata dietro la promessa ch'egli avrebbe rispettato i privilegi della Chiesa nel regno di Sicilia -cosa che poi non fece.

IX) In Sicilia Federico creò una monarchia feudale in cui l'equilibrio tra il re e i baroni e tutta l'amministrazione furono assicurati da un forte apparato burocratico alle dirette dipendenze della corona. In tal modo venivano ridotti al minimo molti privilegi politico-amministrativi della nobiltà e del clero (sostituì ad es. i tribunali ecclesiastici con i propri nel giudizio degli eretici). I funzionari, nominati dal sovrano (come le maggiori autorità cittadine: podestà, consoli...), non erano tedeschi ma della stessa Italia meridionale, istruiti presso un centro studi universitario che lo stesso sovrano fece aprire a Napoli.

- Sul piano economico:

1) confiscò i fondi di cui poteva contestare i titoli di legittimità (così poté assicurarsi un demanio consistente);
2) impose un dazio fisso su tutti i beni esportati e importati;
3) creò alcuni monopoli statali commerciali (seta, canapa, ferro, sale).

- Le forti entrate finanziarie gli permisero di realizzare un esercito mercenario regolare (composto anche da saraceni) alle sue dirette dipendenze, grazie al quale poteva fare a meno del contributo dei feudatari, anche se continuava a servirsi degli eserciti tedeschi.

- Sul piano culturale sviluppò la fusione della tradizione bizantina, araba e normanna. La cultura era aristocratica e imitava i modelli provenzali francesi. Espressione più significativa: La scuola siciliana (primo esempio di volgare scritto).

- Tutta l'opera politico-economico-amministrativa venne da lui codificata nelle Costituzioni di Melfi (1231), che per certi aspetti anticiperanno di molti secoli l'organizzazione degli Stati moderni, poiché esse miravano a trasformare lo Stato feudale in una ordinata monarchia assoluta, con la sudditanza di tutti i ceti a un unico potere centrale.

X) Quando cercò di far valere questi principi anche nel resto della penisola, lo scontro con i Comuni più forti e indipendenti fu inevitabile. Federico infatti voleva limitare sia il potere feudale che quello cittadino. Senonché i Comuni si riuniranno in una nuova Lega Lombarda e, pur risentendo fortemente di lotte intestine tra guelfi e ghibellini, pur uscendo in un primo momento sconfitti militarmente dallo scontro con le forze imperiali, alla fine riusciranno a trionfare, grazie anche all'aiuto del papato, che lanciò una nuova scomunica contro di lui, determinando la rivolta sia dei grandi feudatari tedeschi, sia dei sudditi siciliani e meridionali, esasperati dal fiscalismo e dai vari monopoli statali. Dopo la sua morte, i possedimenti della sua dinastia vennero spartiti tra i principi tedeschi, e la Germania resterà sino all'unificazione nazionale divisa in principati territoriali.

- Con la sua morte finisce per sempre l'idea di poter realizzare un Sacro Romano Impero, cioè una teocrazia universale guidata dall'Imperatore. Gli Stati centralizzati, nazionali, da un lato, e lo sviluppo urbano e mercantile, dall'altro -entrambi gelosi della loro indipendenza- erano diventati irreversibili.

LA FINE DELL'UNIVERSALISMO PAPALE

I) L'ultimo grande papa (dopo Gregorio VII e Innocenzo III, avversari, rispettivamente, degli imperatori Enrico IV e Federico II) che proseguì il programma teocratico secondo cui al pontefice spettava la supremazia su ogni autorità politica del mondo cristiano, fu Bonifacio VIII (1235-1303). Questo programma, sino a Bonifacio VIII, non aveva incontrato ostacoli molto grandi per una ragione molto semplice: i Comuni e i feudatari avevano sempre cercato di approfittare della controversia tra papato e impero per indebolire soprattutto quest'ultimo, sicuramente più forte della chiesa sul piano militare.

II) Tuttavia, nella misura in cui l'Impero era costretto a cedere ampi poteri sia ai Comuni che ai feudatari (per non parlare delle emergenti monarchie nazionali), anche il potere universale della chiesa si trovava compromesso, indebolito: essa infatti non tarderà ad accorgersi di non avere la forza sufficiente per opporsi a chi aveva saputo ridimensionare le pretese dell'Impero. In particolare, la funzione politica universale della chiesa si poneva in netto contrasto con gli orientamenti delle monarchie nazionali. Di tutte le nazioni, quella che alla fine del Duecento sembrava potersi meglio imporre contro il programma teocratico era la Francia. Soprattutto con Filippo IV il Bello (1268-1314) il centro del potere politico-istituzionale era passato nelle mani del re e del suo apparato burocratico, contro le resistenze autonomistiche del mondo feudale.

III) All'origine del conflitto vi fu la richiesta di contributi finanziari da parte di Filippo IV, impegnato in una guerra contro l'Inghilterra. Il re volle imporre le tasse anche al clero francese, senza chiedere l'autorizzazione del papa. Bonifacio VIII rispose minacciando la scomunica, ma la rottura venne scongiurata grazie a un compromesso (il re, con una serie di provvedimenti, aveva ostacolato il normale flusso di denaro dalla Francia a Roma). Il compromesso però durò poco. Nel 1300 infatti Bonifacio VIII istituì un vescovado in Francia senza chiedere l'autorizzazione del re. Filippo IV fa arrestare il vescovo sotto l'accusa di lesa maestà. Il papa convoca un concilio a Roma per giudicare la condotta del re ed emana la bolla Unam Sanctam. Il re risponde proibendo ai vescovi francesi di uscire dal regno. Poi convoca per la prima volta gli Stati Generali (nobiltà, clero e borghesia) per istruire un regolare processo contro il papa, accusato di simonia, eresia ed assassinio del papa Celestino V. Il papa allora prepara una bolla di scomunica contro Filippo IV e di interdetto contro la Francia. Ma ormai è troppo tardi. Il re aveva deciso di far catturare il papa trasferendolo di forza in Francia. Gli abitanti di Anagni si oppongono efficacemente ai francesi, ma il papa, rientrato a Roma, muore pochi mesi dopo. Il suo successore, Clemente V, decide di trasferire la sede pontificia ad Avignone nel 1309 (e lì vi resterà sino al 1377). Il papato, per quanto al proprio interno riuscisse a confermare il principio della propria superiorità su tutti gli ordinamenti ecclesiastici, si doveva sottomettere alla politica francese (i papi avignonesi furono tutti francesi di nascita).

IV) La dottrina politico-giuridica di quel tempo era arrivata alla convinzione che il potere politico doveva essere indipendente da quello religioso, in quanto proveniente direttamente da Dio e non dal papa (vedi ad es. Dante), e non solo doveva esserlo il potere politico dell'imperatore ma anche quello dei singoli re nazionali, che nei loro regni cominciavano a considerarsi degli "imperatori" (sviluppo del principio della "sovranità nazionale"). Marsilio da Padova, nel suo Defensor Pacis, arriverà addirittura a dire che imperatori e re derivano la loro autorità dal popolo, che anche la chiesa si fonda sulla sovranità popolare e che il papa è subordinato all'imperatore.

V) Il grande scisma d'Occidente (1378-1417). Durante la cattività avignonese, i papi faranno di tutto per ridurre in soggezione i signori ribelli dello Stato pontificio. Solo nel 1377 il papato riuscirà a riportare la sede a Roma, ma appena questo avvenne scoppiò il grande scisma d'Occidente. Il pretesto che fece scoppiare lo scisma fu l'elezione del nuovo pontefice Urbano VI, cui si oppose il Collegio dei Cardinali, in maggioranza francesi, i quali dichiararono d'essere stati costretti a votarlo sotto la minaccia violenta del popolo, che reclamava un papa romano o almeno italiano. E così, tutti i cardinali ribelli elessero un antipapa, Clemente VII, che si insediò ad Avignone, dopo aver cercato inutilmente di sbarazzarsi di Urbano VI. La cristianità fu così divisa, con grande scandalo e confusione, in due partiti. La crisi, questa volta, era interna alla stessa istituzione ecclesiastica.

VI) Per far cessare lo scandalo, molti cardinali delle due sedi si riunirono nel Concilio di Pisa (1409), ove decisero di deporre i due papi e di eleggerne un terzo, Alessandro V, con sede a Bologna. Ma gli altri due papi non vollero riconoscere come legittimo il concilio, il quale, secondo i canoni, doveva essere convocato dal papa e da lui presieduto.

VII) Lo scisma poté essere risolto solo col successivo Concilio di Costanza (1414-18), che, convocato dall'imperatore Sigismondo con l'approvazione dei tre papi, decise: 1) di deporre i tre papi, eleggendone un terzo: Martino V; 2) di trasformarsi in un istituto permanente, ovvero in un organo costituente della chiesa (in grado di convocare altri concili), al fine di dare alla chiesa un ordinamento parlamentare, nel quale il potere monarchico del papa fosse subordinato a quella del concilio (Martino V tuttavia seguirà una politica ostile, anche se cauta, al movimento conciliare); 3) il concilio condannò le dottrine di Wycliff e mandò Huss al rogo, giudicati eretici (anticiparono le idee di Lutero).

VIII) Il piccolo scisma d'Occidente (1439-49). La lotta tra le tesi papiste e quelle conciliariste determinò un altro scisma all'interno della chiesa. Eugenio IV, infatti, successore di Martino V, dopo aver convocato un concilio a Ferrara e poi a Firenze per discutere con la chiesa greca la riunificazione delle due confessioni (cattolica e ortodossa), chiese che quello ecumenico di Basilea (già convocato da Martino V per discutere il problema dell'autorità del papa) fosse sciolto (a Basilea infatti si stavano affermando le tesi conciliariste). I prelati di Basilea opposero un netto rifiuto, deposero Eugenio IV ed elessero papa Amedeo VIII duca di Savoia col nome di Felice V. Questa volta però ebbe la meglio il papa di Roma, poiché da un lato poté far valere a suo prestigio il ritorno della chiesa greca alla disciplina di Roma (i bizantini speravano nell'aiuto dei latini contro i turchi), dall'altro riuscì ad ottenere l'appoggio dell'imperatore germanico Federico III d'Asburgo, che chiuse d'autorità il concilio di Basilea. Il papato poté così ripristinare il suo primato sul concilio. Fallì invece la riunificazione con l'ortodossia, poiché la sconfessarono immediatamente le popolazioni e il clero orientali.

IX) L'ultimo tentativo di restaurare l'idea imperiale nell'Europa occidentale viene fatto da Enrico (o Arrigo) VII di Lussemburgo, che scende in Italia nel 1313, suscitando grandi speranze in Dante ma incontrando subito una forte resistenza sia da parte dei Comuni che da parte del partito guelfo, appoggiato dagli Angioini presenti nell'Italia meridionale, esclusa la Sicilia, da cui erano stati cacciati in occasione del Vespro (1282): in quell'occasione i siciliani si unirono agli Aragonesi.

La morte di Enrico VII induce i sovrani tedeschi a rinunciare definitivamente all'idea di unificare Germania e Italia sotto un unico impero. Carlo IV di Lussemburgo emana infatti nel 1356 la Bolla d'oro, che stabiliva la natura elettiva della carica imperiale, ponendo fine al controllo diretto del papato sull'impero (pur essendo egli stato incoronato da papa Innocenzo VI nel 1355). D'ora in avanti l'imperatore sarebbe stato eletto da sette grandi elettori (i quattro membri laici erano il Re di Boemia, il Duca di Sassonia, il Margravio del Brandeburgo e il Conte del Palatinato; i tre membri ecclesiastici erano gli Arcivescovi di Colonia, Magonza e Treviri). La Bolla d'oro stabilì il principio della indivisibilità territoriale e, per i soli membri laici, anche il diritto di trasmissibilità del titolo imperiale mediante il principio della primogenitura, con conseguenti privilegi. Stabilì anche l'illegalità delle "confederazioni" e consentiva la persecuzione delle "leghe" che si erano formate tra le città dell'impero durante il Medioevo. Dopo i Lussemburgo subentreranno gli Asburgo. La Bolla d'oro restò in vigore fino al 1806, anno in cui il Sacro Romano Impero si sciolse in forza di una decisione di Napoleone Bonaparte.

La teocrazia pontificia invece, dopo aver subito una battuta d'arresto con la cattività avignonese (1309-77), col grande scisma d'occidente (1378-1417) e col piccolo scisma d'occidente (1439-49), riprese vigore grazie alla caduta di Bisanzio (1453) e alla sottomissione della chiesa ortodossa nel Concilio di Ferrara-Firenze (1438-39), che durerà sino al 1456. Il papato poté servirsi proprio di questa sottomissione proprio per negare in occidente ogni valore alle tesi che volevano il concilio superiore al papato. Sarà solo con la riforma protestante (1517) che nell'Europa del nord si affronterà in maniera scismatica la teocrazia pontificia, mentre nell'Europa del sud il papato potrà continuare indisturbato a dominare la scena politica, avvalendosi dell'impero di Carlo V, che, grazie alla conquista spagnola dell'America, si era enormemente arricchito e ingrandito.

La teocrazia pontificia permarrà in Italia sino all'unificazione nazionale del 1861-71 e ancora oggi sopravvive nella Città dello Stato del Vaticano.

* * *

In sintesi. Il Trecento segna la crisi della teocrazia pontificia, in quanto senza l'appoggio specifico dell'impero, il destino della chiesa romana, come potenza europea, pare segnato. La chiesa preferì appoggiarsi ai Comuni e ai grandi feudatari esterni al proprio Stato per combattere gli imperatori tedeschi che volevano esercitare la loro egemonia politica anche in Italia. Una chiesa con pretese "politiche" si opponeva a un impero legittimato politicamente, ancorché nato in opposizione illegittima a un altro impero già da tempo espressione della volontà "cristiana" di costruire un ecumene alternativo a quello pagano del mondo greco-romano: quello bizantino. Lo scontro tra chiesa romana e impero germanico fu talmente forte che alla fine entrambi dovettero rinunciare alle loro pretese politiche universalistiche, a vantaggio di una nuova classe emergente, sostenitrice delle monarchie nazionali: la borghesia.

La chiesa romana aveva talmente abituato l'Europa occidentale a confrontarsi con una confessione fortemente politicizzata, che anche quando i sovrani universali e nazionali cercavano di opporsi a questa pretesa, finivano sempre col praticare il cesaropapismo. Sia gli imperatori tedeschi che i sovrani francesi hanno spesso cercato o di servirsi di un proprio clero episcopale o addirittura di far eleggere al soglio pontificio i propri candidati. Finché la chiesa romana ha preteso un ruolo teocratico, i sovrani han cercato di praticare la subordinazione netta della gerarchia ai loro interessi di potere.

Il Medioevo euroccidentale è finito nel modo peggiore possibile, cioè con la distruzione di entrambe le fondamentali istituzioni: chiesa (romana) e impero (germanico). La borghesia ha preferito appoggiare quei sovrani che potevano garantirle un ruolo sociale significativo, al riparo da anacronistiche rivendicazioni da parte di chiesa, impero, feudalità. Nata in seno alla chiesa romana, la borghesia, appena ha potuto, l'ha tradita.

Sarebbe un errore sostenere che la più grande nemica dei feudatari sia stata la borghesia; semmai dovremmo dire che la borghesia seppe cavalcare l'ondata ribellistica del mondo contadino, dando al proprio potere economico un risvolto decisamente politico.

I contadini, infatti, finché la borghesia restava economicamente debole, potevano continuare a sopportare le angherie dei nobili, ma una borghesia forte induce inevitabilmente i nobili a scaricare sui loro servi della gleba il peso delle nuove contraddizioni. Un feudatario che, al cospetto della nuova concorrenza borghese, del nuovo stile di vita commerciale, non vuole perdere il potere acquisito, deve per forza rifarsi sui contadini, vessandoli con nuovi contratti e nuove tasse.

E' stata in fondo la borghesia che, indirettamente, ha portato i contadini alla protesta. Ed è sempre stata la borghesia a raccogliere i frutti politici più maturi di questa protesta. Senza i contadini in rivolta non si sarebbero formate le monarchie e le unificazioni nazionali, gli Stati costituzionali, monarchici o repubblicani, le rivoluzioni borghesi e protestanti.

A quel tempo l'anomalia, in Europa occidentale, era costituita dalla forte presenza delle Signorie italiane, che non riuscivano a coalizzarsi tra loro per por fine allo Stato della chiesa. Anzi, furono proprio le Signorie a fagocitare le autonomie comunali, facendo in modo che i Comuni maggiori si annettessero quelli minori e si trasformassero in un'istituzione oligarchica. Dai molti Comuni si passò a poche grandi Signorie, in lotta tra loro: Firenze contro Pisa, Milano contro Verona, Venezia contro Genova ecc., senza che nessuna riuscisse definitivamente a imporsi sulle altre, e senza che a tutte venisse in mente l'idea di federarsi per realizzare l'unità nazionale.

Non si seppe neppure approfittare della evidente debolezza del papato durante la cattività avignonese (1305-77) e lo scisma d'occidente (1378-1417), probabilmente perché si avvertiva la presenza francese nel Mezzogiorno come un ostacolo troppo grande da superare. Infatti, anche se i sovrani francesi volevano un papato completamente sottomesso al loro controllo, non avrebbero mai accettato la fine dello Stato della chiesa, proprio per non rischiare di avere ai loro confini una nazione unita.

Non dimentichiamo che sino al 1871 i francesi, pur essendo anticlericali in casa propria (ugonotti, chiesa gallicana, deismo illuministico, rivoluzione francese, impero napoleonico), hanno sempre cercato di ostacolare, anche militarmente, la fine dello Stato della chiesa, persino quando una decisione contraria avrebbe loro permesso di trovare negli italiani un potente alleato contro la Spagna controriformistica o contro l'impero asburgico. Sino alle campagne napoleoniche l'Italia è sempre stata considerata dai francesi un territorio da conquistare. Esiste una precisa linea di continuità che va da Carlo Magno a Napoleone, passando attraverso i Normanni e gli Angioini.

D'altra parte le Signorie italiane non potevano avvalersi delle forze rurali in funzione anti-ecclesiastica, sia perché la borghesia non aveva mai difeso i movimenti pauperistici ereticali, sia perché i Comuni si erano costituiti per far emergere sempre più la classe mercantile e artigianale, certamente non quella contadina, che anzi, dal sorgere dei Comuni vide progressivamente peggiorare la propria situazione all'interno dei feudi rurali. In Germania, invece, quando si trattò di fare la riforma protestante, contadini e borghesi si trovarono alleati.


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Storia - Storia medievale
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Aggiornamento: 01/05/2015