RELIGIONE E NO
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6 - AL-MINBAR
La religione monoteista che compete con il cristianesimo è naturalmente l'islam (accreditato per un 21% della popolazione mondiale, contro il 33% del cristianesimo), e che tutti gli osservatori danno in forte espansione, se non altro per ragioni demografiche. Al di là di ciò che queste religioni raccontano di se stesse e della comune matrice ebraica, il conflitto principale tra loro è che ognuna di esse si dichiara universale, ossia valida per tutti gli uomini e veritiera, ossia come l'unica vera. In sostanza, tutte mirano al dominio universale e a eliminare tutte le altre: o l'una o l'altra, comunque nessun'altra. L'impostazione di fondo non è che gli altri la pensano legittimamente in modo differente, ma che gli altri errano e, come si sa, gli errori vanno corretti o, nel più mansueto degli atteggiamenti, vanno compatiti gli erranti, cercando di convertirli, soprattutto se si tratta di non credenti. I metodi per correggere gli errori (religiosi) altrui sono stati e sono diversi, ma se si guarda l'intera vicenda dal punto di vista storico, l'uso della violenza, diretta o indiretta, per convertire intere popolazioni fa parte del bagaglio storico di tutte e due le religioni (cristianesimo e islam), anche se ci sono stati periodi più o meno lunghi di tolleranza e sovrani illuminati su un versante e sull'altro: sembra però accertata una netta prevalenza di quelli musulmani. Anzi, c’è stata nel passato una maggiore propensione del cristianesimo a inculcare le proprie credenze nella testa della gente anche attraverso la violenza. Per quanto, attualmente, si raccomandi la tolleranza. Fu il santo abate Bernardo di Chiaravalle che nel XII secolo giustificò il malecidio, ossia – precisa il medievista Franco Cardini nel libro di cui riparlerò più avanti – che "l'uccisione del nemico diviene necessaria e quindi doverosa nella misura in cui esso è obbiettivamente portatore del male e del peccato che non si possono contrastare se non attraverso la soppressione di chi se ne fa veicolo". Il problema è che una frase del genere fu scritta otto secoli fa, mentre gli imam integralisti e i terroristi islamici la praticano oggi (però Bernardo rimane santo e dottore della chiesa). Con un'interpretazione tutta da discutere, il concetto estremizzato di jihad (un termine che ha molti significati: dalla lotta interiore per la fede fino a un’interpretazione dei tradizionalisti come lotta armata), fa della distruzione fisica del non credente (e anche del credente che non si sottomette) il mezzo più spiccio per raggiungere quell'universalismo che tutte e due le religioni perseguono. Ancora una volta c'è qui un curioso parallelo con la tradizione dei cavalieri e dei paladini cristiani medievali, perché "la lotta dell'eroe guerriero contro l'infedele era anche figura della battaglia da sostenersi lottando con le arma lucis di cui parla San Paolo, del conflitto interiore che ciascun fedele doveva sostenere in se stesso contro il male e il peccato" – scrive Cardini. Ma, senza risalire così indietro nel tempo, sappiamo bene quanto il veicolo del primo e del secondo colonialismo sia servito al cristianesimo per espandersi. Per cui, paradossalmente e dal punto di vista religioso, si potrebbe definire provvidenziale la riduzione in schiavitù di centinaia di migliaia di persone e l'eccidio di intere popolazioni delle Americhe e dell'Africa. Convinzione che era moneta corrente nella cultura del primo colonialismo, compresa la maggior parte degli esponenti religiosi, ma circolava ampiamente anche nel colonialismo più recente. Comunque sia, nell'ambito delle aree storicamente cristiane i metodi della costrizione, della tortura e dell'assassinio religioso non sono da tempo più praticabili e praticati, e se uno vuole cambiare religione non rischia di essere condannato a morte, come secondo il diritto islamico sarebbe prescritto, anche se non praticato dalla maggior parte degli stati islamici. (87) Per esempio, l'apostasia sarebbe punita con la pena capitale in Pakistan in base ad una recente proposta di legge governativa, mentre nell'Arabia Saudita la legge islamica è da molto tempo prevista e applicata nei codici penali. (88) Altri paesi che prevedono il reato di apostasia (assieme, spesso, a quello di blasfemia) sono la Mauritania (sebbene non sia mai stato applicato), il nord della Nigeria dove è in vigore la sha’ria, il Sudan, l'Iran, il Qatar (però non applicato), gli Emirati Arabi Uniti, lo Yemen. Ma, al di là dei codici e delle Costituzioni, sono note le concrete minacce pronunciate da vari imam contro questo o quel personaggio accusato di blasfemia, con l'invito a ucciderlo, mettendo persino una taglia sulla sua testa. Azioni peraltro condannate da una parte dell'opinione pubblica e dei politici islamici. Il fatto è che in Occidente l'evoluzione civile della religione ha dovuto seguire l'evoluzione del pensiero e della pratica politica, per cui sono state le libertà affermatesi nell'ambito civile e lo svincolo dello Stato dalla tutela della religione (ma ci sarebbe da discutere su questo punto, almeno per alcuni paesi) a costringere le autorità religiose a rendere più civile la loro azione di proselitismo. E non già il contrario, come tentano di fare alcune troppo ardite interpretazioni addomesticate della storia del cattolicesimo, che provano a cancellare le tracce di ciò che è accaduto rivendicando la mai praticata indicazione di dare a Cesare quel che è di Cesare, almeno da Costantino in poi. Tema che riprenderò più avanti. Per dirla più chiaramente, quando esponenti cattolici attaccano per esempio il libro di Piergiorgio Odifreddi Perché non possiamo essere cristiani, osservando che lui può dire quello che dice della religione perché è un occidentale e lo invitano ad avere il coraggio di dire le stesse cose in Iran, tacciandolo implicitamente di opportunismo e di codardia, parlano come se la democrazia e la libertà di espressione fossero conquiste dovute alla loro tradizione di pensiero. Vorrei ricordare a tutti costoro che essi sono gli eredi di una religione che per secoli ha combattuto la libertà di pensare e i diritti di cittadinanza, che si sono affermati contro di loro e non grazie a loro. Certe decisioni conciliari del passato, che la Chiesa non ha mai smentito, a leggerle oggi, fanno davvero impressione. Ma anche di questi aspetti riparleremo più avanti Ora, lo scrittore musulmano Tariq Ramadan, riflettendo sul come essere musulmani in Europa, scrive che la responsabilità dei credenti (davanti al loro Dio) è di far conoscere la loro fede e di spiegarne il contenuto ma che "la responsabilità del musulmano si limita a questo, perché l'idea di convertire le persone non ha nulla a che fare con l'islam". Indirizzo che, se praticato davvero, sarebbe persino più liberale dell'utilizzazione dei poteri di intervento (esistenti o reclamati) da parte della Chiesa cattolica. Ma, al di là delle differenze, anche profonde, accentuate dal corso della storia tra le due religioni monoteiste principali, mi chiedo se l'islamismo sia in grado di avere la stessa evoluzione che ha dovuto subire il cattolicesimo, come sperano e propongono molti intellettuali musulmani (i cosiddetti moderati) a proposito di diritti umani e universali e di democrazia. In alcuni di questi ambienti si denuncia chiaramente che le regole formali della democrazia, quando si riesce a praticarle, vengono utilizzate dagli integralisti islamici come facile strumento di accesso al potere, senza averne la cultura, il programma e la mentalità. (89) Ma soprattutto perché – è una mia convinzione – quando le elezioni vengono espletate su una base di confronto religioso, come è in molti dei casi del mondo arabo, siamo in realtà di fronte a un tradimento della democrazia e del suo fondamento laico, non a un suo esercizio effettivo. Probabilmente, la religione è in questi casi, per la popolazione, l'unica valvola di sfogo, l'unica apparente risposta – per quanto priva di reali prospettive sociali e economiche – a un malessere e a una pratica politica che non riescono a trovare risposte in altro modo. Per cui, è forse la stessa domanda se c'è compatibilità tra islam e democrazia a essere mal posta, perché non sarebbe la religione (almeno, non principalmente) la causa della mancata transizione dell'islam alla democrazia. Attesa poi l'inconsistenza dell'idea di un islam monolitico, la quale fa molto comodo ai sostenitori delle guerre di civiltà, e a tutti quelli che vogliono accuratamente evitare le necessarie terapie politiche e economiche. Un aiuto a comprendere meglio la questione può essere fornito dalle interessanti e chiare conversazioni che l'islamista Massimo Campanini ha tenuto sul sito Il vicino oriente (e che consiglio di ascoltare), cominciando dalla contestazione della correttezza del confronto tra una categoria religiosa come l'islam e una categoria politica come la democrazia. (90) Su questo punto, però, dissento da Campanini, osservando che l'accostamento è invece legittimo, proprio nella prospettiva della religione come fenomeno di rilevanza sociale, culturale e anche politica. Né più né meno di come è del tutto legittimo interrogarsi sul rapporto tra cristianesimo e democrazia, vista la invasività della religione e la permeabilità culturale e storica della società ai suoi valori. Del resto, nell'islam – nonostante i pareri contrari che vedremo - c'è una tale compenetrazione tra politica e religione che un tale impedimento sarebbe incomprensibile. Comunque, in una delle sue agili conversazioni, Campanini mette in evidenza i fattori principali che hanno impedito l'avvento di democrazie compiute nel cosiddetto mondo islamico. Il conferenziere ricorda che nei primi decenni del ‘900 c'è stato un periodo liberal nei paesi musulmani, presto soffocato dai regimi monarchici allora al potere (e dalla presenza militare della Turchia). Poi, il passaggio all'indipendenza degli stati arabi è stato governato da élites militari all'insegna del nazionalismo (estraneo alla tradizione islamica e importato dall'Occidente. Queste élites hanno gestito lo Stato, assieme ai gruppi dominanti civili, come se si trattasse di un patrimonio personale. Infine, ha pesato enormemente l'impronta e il retaggio coloniale dell'Occidente, che non ha lasciato dietro di sé strutture politiche moderne. Persino nell'unico caso di una transizione civile all'indipendenza, avvenuto in Tunisia, il padre della patria Habib Bourguiba, che del resto era al potere da trenta ininterrotti anni, è stato deposto "per senilità" da un militare. Questa insistenza sulla prevalenza del potere militare e autocratico nell'islam appartiene anche all'analisi di Fatema Mernissi, come vedremo tra poco. Ma come mai i fattori indicati da Campanini passano in secondo piano nelle analisi occidentali predominanti, per privilegiare l'aspetto religioso, che pure esiste? Questa storia viene in realtà da lontano e, come spesso accade quando si parla di un'altra parte del mondo, è all'Europa che occorre guardare, cercando le origini di certi fenomeni. C'è chi, come Franco Cardini, in una non recente intervista, ha precisato che: "Il malinteso nasce quando gli europei nell'Ottocento, avendo bisogno di legittimare la loro politica colonialista, hanno interpretato la storia come contrasto tra Cristianità e Islam, perché avevano interesse a dimostrare di aver sempre tentato di esportare cultura e civiltà; poi, gli stessi musulmani hanno creduto a questa chiacchiera romantica ed hanno creduto davvero che la storia dell'Europa fosse quella di una continua tensione tra religioni; e, infine, il cosiddetto fondamentalismo musulmano ha ripreso, per ragioni prettamente politiche, questa idea presentando la propria azione come la reazione, giustificabile e giustificata, del mondo musulmano a un'annosa politica di aggressione e spoliazione subita. Questa impostazione dimentica che l'Occidente non si può più definire con il termine di Cristianità da almeno tre secoli, da quando si sono avviati profondi processi di laicizzazione degli Stati." (91) Penso che un approfondimento del tema del rapporto tra cristianesimo e islam non possa fare a meno di uno sguardo storico e su questo problema ci può molto aiutare un libro Franco Cardini (92). Le relazioni dell'Europa con il mondo musulmano vengono infatti da lontano e sarebbe sciocco pensare che le nostre reazioni nei suoi confronti nascano solo dall'attualità e non anche da una tenace stratificazione di storie e giudizi diventati senso comune, trasmessi senza neanche pensarci troppo. Per queste ragioni, il libro di Franco Cardini ci può dare un contributo fondamentale per eliminare quei pregiudizi che condizionano le nostre idee in proposito, almeno, come precisa l'autore, per quanto riguarda l'islam mediterraneo. Intanto, la sua lettura può contribuire a rimuovere l'anacronistica eredità di un conflitto tra Europa e Vicino oriente concepito come incontro-scontro tra cristianità e islam. Se non altro perché (e ciò dovrebbero tenere a mente sia gli integralisti islamici sia quelli occidentali) "il processo di secolarizzazione, connaturato alla modernità occidentale, impedisce di continuare a considerare l'Europa non solo come la Cristianità, ma anche semplicemente come una Cristianità". Né più né meno di come non si può considerare una la galassia dell'islam. Insomma, si tratta anche di uscire da una geopolitica tutta giocata sul filo delle religioni, sulla quale pesano persino le vulgate storico-umanistiche dell'antica contrapposizione tra Europa e Asia (con la Grecia antica nella parte di alfiere della civiltà contro l'orientale Persia), come, almeno ai miei tempi, ci veniva somministrato a scuola e nei grandi affreschi storici. Naturalmente, la questione del terrorismo (con l'abito religioso di cui si è rivestito) e l'emergere di un'interpretazione rigorista e feudale dell'islam rappresentano i fenomeni su cui si concentra l'attenzione dell'opinione pubblica. Tuttavia, è importante ribadire che essi vengono veicolati non dall'islam in quanto tale, ma dalla sua versione integralista, altrimenti si rischia di cancellare una pluralità di tradizioni e di interpretazioni che attraversano invece tutta la storia di quei paesi. Questa varietà di posizioni è presente anche tra i musulmani che vivono in Europa dove, secondo Dalil Boubakeur, che regge la Grande Moschea di Parigi (peraltro contestato da alcune correnti islamiche francesi) e che è favorevole a un islam illuminato e tollerante, c'è in atto un conflitto interno alle comunità musulmane, specialmente nei confronti degli integralisti, ispirato in particolare del wahhbismo di origine saudita. (93) Forse la domanda più giusta dovrebbe essere come mai una parte dell'islam religioso subisca una simile involuzione pericolosa per sé e per il resto del mondo. Che l'estremismo religioso, non solo quello terrorista, sia attivamente sostenuto da certi Stati, anche da quelli alleati dell'Occidente, come l'Arabia Saudita, è un fatto accertato e documentato. Per cui c'è da chiedersi come mai si parli così sottovoce del regno saudita. Ragioni di petrolio, naturalmente. Però non è che si possano credibilmente sostenere la democrazia e i diritti umani a seconda delle dimensioni delle forniture di petrolio. Da un sito semiufficiale della Mecca, per esempio, provengono prediche contro gli ebrei, i cristiani e l´Occidente di una violenza verbale agghiacciante. La notizia è vecchia di cinque anni, ma una ricognizione del sito, che si chiama appunto al-minbar (il pulpito), la cui traduzione in inglese è stata per qualche tempo inaccessibile, probabilmente perché in revisione, può essere utile. (94) Amartya Sen ha dichiarato a La Stampa del 30 gennaio 2003 che "ci sono musulmani di ogni tipo. L'idea di chiuderli in una sola identità è sbagliata”. Vero. Così come ci sono cristiani di ogni tipo, e induisti di varie tendenze, e così via. Vedremo in seguito, proprio commentando un testo di Sen, come sia piuttosto stupido costringere dentro classificazioni preformate intere popolazioni, come ha tentato di fare Samuel P. Huntington con il suo Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, costruendo una pericolosa caricatura delle dinamiche politiche e culturali mondiali. (95) Personalmente sono indifferente all'islam nelle sue varie versioni, né più né meno di quanto sono indifferente al cristianesimo o a un'altra religione. A parte le critiche che gli muovo dal punto di vista di una visione naturalistica del mondo e l’insofferenza per la loro invadenza. Ma indifferenza e insofferenza si trasformano in ostilità quando le religioni tentano di cancellare il confine tra sfera laica e sfera religiosa della vita, si tratti dell'ambito politico come di quello civile e del costume. Per esempio, se una religione, considerando peccato qualche comportamento tenta di sanzionarlo solo con gli strumenti propri (purché non ledano diritti umani e costituzionali), considero ciò un affare interno alla comunità dei credenti di riferimento. Contenti loro... Sapendo che in campo civile non esistono peccati ma solo reati, se una religione cerca di far diventare reato ciò che considera peccato, anche se quel peccato non attenta ai diritti umani e riguarda la sfera dei comportamenti e delle scelte personali, allora non bisogna esitare a parlare di una minaccia alla democrazia e al rispetto dei diritti umani. Così come, se una credenza religiosa mi impedisce di esercitare una scelta di vita, di gusti, di costume, di sesso – sempre nei limiti del lecito - attraverso le leggi e le autorità civili, allora siamo in presenza di una tirannia, ossia della manifestazione concreta del totalitarismo insito nelle grandi religioni monoteiste. Questo è un problema serio e per ora non rimovibile, sia per il cattolicesimo sia per l'islam, quale che sia l'idea che abbiamo del pluralismo culturale. Dovrebbe essere piuttosto chiaro, infatti, che l'offensiva di stampo religioso integralista per condizionare o assoggettare il potere civile, in varie gradazioni e sotto varie forme, è in corso sia in Occidente sia nel mondo musulmano. Mi piace citare, a questo proposito, un aforisma di Ludwig Feuerbach: "non abbiamo bisogno di una legislazione cristiana; abbiamo bisogno soltanto di un diritto ragionevole, giusto, umano". (96) Un concetto che vale anche per islamismo, l'induismo e per qualsiasi altra religione. Questa è comunque la nostra storia, ci ricorda Gustavo Zagrebelsky, perché “l’Europa in cui viviamo è storia della secolarizzazione del suo diritto”. (97) Insomma, dovunque la libertà di scelta è conculcata, allora c'è un problema politico e civile che va risolto. Ovviamente, esistono diverse tradizioni e storie sociali, perciò non sostengo affatto l'adozione di un modello, di uno stile di vita occidentale (e, dentro questo, di stile americano) da applicare a tutto il mondo. La pluralità dei costumi, delle usanze rappresenta una ricchezza per l'intera civiltà umana, in quanto diversificazione e varietà. D'altra parte, chi ha una cultura evoluzionista non può non apprezzare la varietà. Il che non significa però che non ci sia bisogno di una società mondiale e di un'etica davvero universale e condivisa. Come ha scritto il filosofo Fernando Savater, esiste il diritto alla differenza non alla differenza dei diritti. A questo proposito, non posso non ricordare che nel documento de Il Cairo, approvato nel 1991 da tutti i ministri degli esteri dei paesi musulmani, si sostiene che i diritti contenuti nella Carta dei diritti umani sono applicabili nei limiti in cui non contraddicono la legge islamica (shari'a), ossia il Corano e le fonti originali dell'islam. (98) Si delinea così una differenza dei diritti a seconda dell'appartenenza religiosa delle persone, la maggior parte della quali non ha potuto esercitare veramente la libertà di scelta su ciò che può credere o non credere. E questo non è accettabile. Ma quanto del problema della democrazia è dovuto all'islam in quanto religione e quanto alla storia sociale, economica, politica e militare di quei paesi? E quanto alla sopravvivenza di costumi arcaici? Posso intanto osservare che una società comunitarista, come è tendenzialmente quella islamica, non può essere spacciata come equivalente a una liberale (che non vuol dire liberista) dal punto di vista delle libertà personali? Nella tradizione islamica i diritti individuali, pur riconosciuti, sono subordinati alla comunità in senso forte, ben più forte del concetto di interesse generale che predomina nelle democrazie storiche. Anche se su questo punto ci sarebbe molto da approfondire circa la netta differenza tra l'idea di interesse generale e quella di comunità dei credenti. Ha ragione Jervis, nel libro di cui ho parlato, quando scrive: "Incidentalmente va osservato che laddove prevalgono strutture di tipo familistico e/o tribale si può dubitare che esistano rapporti interpersonali liberamente scelti. Qui non ci sono libere contrattazioni, e c'è poco da esplorare la disponibilità altrui: le forme di collaborazione sono rigide perché dipendono da minacce, affiliazioni e obblighi di gratitudine". Come sostiene Amartya Sen, i comunitaristi pretendono che l'identità personale sia persino predeterminata, "come per natura". Una gabbia senza libertà di uscita, ossia di scelta. In questo caso, il problema di una lesione pressoché quotidiana dei diritti umani, prima ancora che giuridico, è culturale e politico. Naturalmente, il confronto per il suo superamento non può essere affidato a mezzi coercitivi, ma a un dialogo che non esclude la polemica, la difesa delle libertà personali di scelta e giuste politiche di integrazione. Il problema nel problema è che queste usanze, spesso di origine preislamica e feudale, tendono a rivestirsi di una corteccia religiosa, come vedremo nella denuncia di Tariq Ramadan, attraverso un'impropria sacralizzazione dei rapporti sociali che è destinata a ingessare la società e a impedire alle persone di pensare con la propria testa e di seguire i propri gusti. L'alleanza o la totale identificazione fra tradizione (una certa tradizione) e religione rappresenta il più micidiale killer delle libertà personali e un principio reazionario da combattere senza timidezze. Ora, non mi interessa qui tanto ripercorrere il Corano o i detti del Profeta (hadith), perché sul piano della religione come fenomeno naturale vale per l'islamismo quanto ho fin qui detto sulle religioni. Né io sono un esperto in materia di islam. Si tratta piuttosto, tornando alla domanda principale, di vedere se e in quale misura sia vero quanto vanno dicendo alcuni osservatori occidentali e cioè che esisterebbe un'incompatibilità strutturale tra l'islam e la democrazia. Meno genericamente, limitando l'ampiezza dell'interrogativo e volgendolo in positivo: è possibile una separazione tra religione e Stato e una libertà di culto e di pensiero nell'islam? Prima di cercare di rispondere a questi interrogativi, è però opportuno approfondire alcuni dei caratteri peculiari della civiltà islamica e in questo ci può aiutare Bernard Lewis. (99) Lewis è accreditato come il maggior islamista del mondo e la lettura del suo testo può spazzare via molte delle generiche nozioni occidentali sulla storia degli arabi. In particolare, con tutte le necessarie cautele del caso quando si tentano delle generalizzazioni - come avverte lo stesso Lewis - il capitolo VIII del libro riguardante La civiltà islamica merita una riflessione attenta. Specialmente là dove afferma che "l'islam – prodotto dell'Arabia e del profeta arabo – non era soltanto un sistema di credenze e di culto. Era anche un sistema di Stato, società, legge, pensiero e arte: una civiltà in cui la religione era il fattore unificante, e alla lunga dominante". Questo è un punto da tenere costantemente in mente quando si cerca di capire il rapporto tra mondo moderno e islam: tutto si muove in modo più o meno stringente in un alveo religioso. La legge fondamentale, la shari‘a, la legge sacra che i giuristi elaborarono a partire dal Corano e dalle tradizioni del profeta, "non era solo un codice giuridico normativo, ma anche, nei suoi aspetti politici e sociali, un modello di condotta, un ideale verso il quale la gente e la società dovevano tendere". Diritto pubblico, internazionale, costituzionale, penale e civile sono/erano regolati dalla legge divina. Non è un caso che i musulmani che cercano una via alla modernizzazione e alla democrazia nell'islam criticano, come vedremo, la tradizione interpretativa della shari‘a che si è consolidata attraverso i secoli e alla quale invece si richiamano gli integralisti, che operano tuttavia spesso delle torsioni inesistenti nella precedente storia del mondo arabo. C'è un altro aspetto che colpisce nell'analisi di Lewis della cultura islamica, per lo meno nella sua origine medievale, la quale affiorerebbe anche nella mentalità attuale. Mi riferisco al carattere atomistico del pensiero arabo, ossia alla tendenza "a considerare la vita e l'universo come una serie di entità statiche, concrete e separate, vagamente collegate dalle circostanze o dalla mente di un individuo, in una sorta di associazione meccanica o addirittura casuale ma senza alcuna interrelazione organica propria”. Ogni settore del sapere non veniva concepito come parte di un sapere più complessivo, ossia come una parte della verità che si riferiva al medesimo oggetto, ma come un accumulo indipendente di pezzi di conoscenza organizzati in compartimenti separati. In altre parole, mi sembra che l'organicità del sapere, della conoscenza non fossero concepibili, perché una concezione del mondo che fosse nata dal progresso delle scienze sarebbe entrata immediatamente in conflitto con la legge divina totalizzante; nella quale tutto procede da Dio, non come causa prima accompagnata da cause secondarie (qui non esistono leggi o cause naturali), ma come origine esclusiva. "Tutto procede direttamente dalla volontà di Dio, che ha stabilito certe abitudini di susseguenza o concomitanza", di tutto ciò che accade. Questa è comunque la teologia che ha trionfato nell'islam, una teologia "determinista, occasionalista e autoritaria [che] richiede l'accettazione incondizionata della Legge e della rivelazione divina bila kayf – senza chiedere come”. Questa tesi di Lewis appare confermata dallo studioso siriano Sadik J. Al- Azm quando afferma che secondo i fondamentalisti “è contro l’islam insegnare che la mescolanza dell’idrogeno con l’ossigeno può produrre acqua. La maniera islamica per dirlo è questa: quando gli atomi di idrogeno si avvicinano agli atomi di ossigeno, allora, per volontà di Dio, si produce acqua”. Se c’è un esempio illuminante sulla mentalità oscurantista dell’integralismo, è proprio questo. Come vedremo ancora parlando del libro di Fatema Mernissi, è stata proprio questa svolta nell'interpretazione della religione che ha segnato, dice Bernard Lewis "la fine della speculazione e della ricerca libera, sia nella filosofia che nelle scienze naturali e [che] frustrò i promettenti sviluppi della storiografia islamica." Era però una strada più compatibile con l'ordinamento feudale che si andava affermando e che ha dominato il mondo islamico fino alle soglie della contemporaneità. Ciò detto e tornando all'attualità, occorre stare molto attenti alle generalizzazioni che vanno troppo di moda tra gli integralisti, i teocon e i neocon di casa nostra, mentre, per capire davvero, è necessario non oscurare le profonde differenze esistenti all'interno dell'islam, nonostante i suoi tratti comuni. Ma se non bisogna commettere l'errore di schiacciare l'islam sulla sua versione fondamentalista (come del resto occorre fare per le altre religioni: pensiamo all'induismo, come al cristianesimo o all'ebraismo, il quale ultimo è affetto da una micidiale ultraortodossia), non si può però nemmeno tralasciare di metterne a confronto alcuni principi e indicazioni fondamentali con quelli propri della democrazia, intesa nella sua accezione liberale e laica, partecipativa e progressiva.
Si
può ragionevolmente sostenere che la versione che sembra
essere la più accreditata dell'islam dai mass media
occidentali non è niente altro che una degenerazione
dell'islam, la cui eco a livello di opinione pubblica araba viene
amplificata da altri fattori che esamineremo in seguito. Proprio quei
fattori che all'Occidente conviene prendere meno in considerazione,
concentrando invece sulla questione religiosa un confronto che ha per
posta il controllo della globalizzazione. Oltre tutto - lo ripeto -
un esame più approfondito della questione porterebbe alla luce
che alcune delle strade che portano all'attuale situazione allarmante
nascono proprio in Occidente. Tutto ciò senza togliere nulla a
una critica dell'islam in quanto religione. La prima sosteneva che il terrorismo appartiene strutturalmente alla religione islamica, essendo quindi geneticamente impossibile coniugare islam e democrazia. La seconda sottolineava come la colpa di tutto fosse del colonialismo e dell'Occidente e come non rimanesse a quest'ultimo che ritirarsi dal Medio e dal Vicino oriente, montandogli intorno una specie di guardia armata, oppure di rinegoziare i rapporti di forza (politici e economici internazionali). La terza metteva l'accento sulle origini del terrorismo come reazione del nazionalismo arabo al colonialismo europeo e come saldatura tra nazionalismo e cultura popolare islamica. Il quarto osservava che il terrorismo colpisce soprattutto gli arabi e che si tratta di una lotta prevalentemente interna che richiede una maggiore determinazione occidentale nell'intervenire a sostegno dei regimi laici arabi. Ora, nessuno dei convenuti - e i conduttori del programma meno che mai - ha osservato come sia più sensato pensare che un fenomeno così complesso, che connota pesantemente questo avvio del nuovo secolo, presenta molte sfaccettature e possiede diverse radici. E che la cosa più sbagliata che si può fare è di non avere un'idea integrata e differenziata di queste componenti, eliminando le interpretazioni più unilaterali, che servono la politica di determinati interessi di potere, ma non la ricerca di una soluzione accettabile del problema.
87) Vedi notizie su
Wikipedia, però non aggiornate, al momento in cui
scrivo, rispetto alla moratoria votata adesso dall’ONU. Ma è difficile
che essa abbia già trovato applicazione. |