L'ARTE BIZANTINA E RUSSA

PER UN'ALTERNATIVA UMANISTICA


STORIA DELL'ICONOCLASTIA

Cristo con vangelo aperto

Durante il primo stadio di espansione delle icone (VI-VII sec.), né l'amministrazione delle chiese né i teologi erano intervenuti per favorire il culto delle immagini, che doveva il suo successo alle credenze sparse in larghi strati popolari fin da epoche remote. Tuttavia, nel VII secolo, uno dei più difficili dell’impero bizantino, il basileus Leone III Isaurico prese la decisione di far rimuovere le icone dalle chiese.

La conquista araba era riuscita a sottrarre all'impero l'Egitto, la Siria, la Palestina, il nord Africa ecc., riducendo della metà i suoi territori. Non solo, ma i longobardi premevano in Italia, i bulgari nei Balcani; Armenia e Georgia tendevano a staccarsi dal potere centrale per svilupparsi in maniera autonoma; pestilenze, terremoti e lunghi assedi della capitale da parte di persiani e musulmani sembravano indicare una fine ormai prossima.

La popolazione dell’impero non tollerava più alcuni aspetti piuttosto negativi della politica governativa: l’esosità del fisco, l’incapacità di porre un freno alla crescente feudalizzazione dei rapporti agrari, il divieto di costituire correnti autonome di pensiero all’interno della cristianità. Gli arabi nel complesso apparivano più tolleranti.

Sotto la dinastia isaurica il governo matura la convinzione che per le sorti dell’impero sarebbe stato meglio trovare una forma di compromesso con quelle correnti aniconiche, influenzate dall’islam, contrarie all’uso delle immagini sacre per la diffusione della fede cristiana. Era una scelta dettata da motivazioni squisitamente politiche, non ideologiche, ma, poiché veniva a toccare questioni di “pratica religiosa” e anche, se vogliamo, di teologia (poiché si finiva col negare il dogma dell’incarnazione), un aspro conflitto con la chiesa diventava inevitabile, e la stessa chiesa ortodossa rischiava di finire totalmente subordinata alla volontà del basileus.

Formalmente il motivo che si prese a pretesto fu che stava dilagando la superstizione. Ma c'era dell'altro. Lo Stato mal sopportava le correnti ereticali che scompaginavano l'unità dell'impero, indebolendo soprattutto le aree periferiche a vantaggio della penetrazione islamica. L'iconoclastia doveva servire anche per lottare contro le eresie nestoriane e monofisite che, non facendo distinzione tra le due nature cristologiche, finivano con l’assumere atteggiamenti non in linea con l'ideologia dominante anche sul piano iconografico.

Infatti i nestoriani, nell’immagine, vedevano rappresentata adeguatamente la sola natura umana del Cristo; i monofisiti vi vedevano rappresentata adeguatamente anche quella divina, essendo per loro impossibile distinguere l'una dall'altra. Di conseguenza le icone diventavano o meramente naturalistiche (il che portava all'ateismo) o addirittura magiche (il che portava al paganesimo precristiano).

Insomma secondo gli iconoclasti un’icona di Cristo andava considerata impossibile in quanto empia, perché le due nature del Salvatore sono contemporaneamente inconfondibili e inscindibili. Non si poteva rappresentare la natura divina, perché la rappresentazione stessa figurava solamente una delle due nature, quella umana, e perciò avrebbe avuto il significato di negazione come per i nestoriani, del carattere indivisibile delle due nature. Dipingere e compiere un ritratto solamente delle figura umana del Cristo, avrebbe significato, cadere nel monofisismo che nega lo scollamento delle due nature, e quindi si sarebbe incorsi nell’eresia.

Gli iconoclasti riconoscevano la completa e piena figura religiosa del simbolo ma non quella dell’immagine, e cosi si riconoscevano in maniera completa nella croce, ma non in un dipinto raffigurante il Verbo. Credevano nella reale presenza del corpo e del sangue del Salvatore ma non nella sua rappresentazione pittorica. Erano disposti a riconoscere e identificare significante e significato, ma si rifiutavano di identificare nell’immagine la rappresentazione e il rappresentato.

"Gli Arabi, che da decenni percorrevano in lungo e in largo l'Asia Minore, non portavano a Bisanzio solo la spada, ma anche la loro cultura, e insieme a questa, la loro caratteristica ripugnanza nei confronti della riproduzione delle sembianze umane. L'iconoclastia nasceva così nelle regioni orientali dell'impero da un caratteristico incrocio di un'accezione rigorosamente spirituale della fede cristiana, con le dottrine di settari iconoclasti e le concezioni delle antiche eresie cristologiche, come anche gli influssi di religioni non cristiane, il giudaismo e soprattutto l'Islam"(G. Ostrogorsky, Storia dell'impero bizantino, Einaudi, Torino 1975).

Il primo editto imperiale (di Leone III Isaurico) contro le immagini sacre risale al 730, preceduto dall'approvazione forzosa del Silention, una riunione dei più alti dignitari laici ed ecclesiastici: il patriarca di Costantinopoli, Germano, rifiutò di aderire al diktat e fu subito sostituito da un altro più condiscendente.

Poiché i cristiani di Egitto, Palestina e di Siria, di osservanza calcedonese, rifiutarono i decreti, così come il distretto europeo delle Elladi e delle Cicladi, iniziarono subito le persecuzioni.

Durante il periodo iconoclastico tornarono in auge la decorazione e soprattutto l’arte e l’architettura profane. Nel contempo lo Stato otteneva significative vittorie militari sui confini orientali contro gli arabi. La ripresa sembrava certa, tant’è che nel 754 il basileus Costantino V riuscì a persuadere ben 338 vescovi, convocati a Hiera, che il culto delle immagini andava abolito perché idolatrico. Lui stesso sull’argomento aveva composto 13 scritti teologici, postulando che il Cristo, essendo di origine divina, non poteva essere rappresentato in alcuna maniera (il renitente patriarca Anastasio fu fatto portare in giro nell'ippodromo su un asino).

Benché si fosse autodefinito "ecumenico", il suddetto concilio non vide la rappresentanza delle sedi patriarcali di Roma, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme; anzi i tre patriarchi orientali tennero un contro-sinodo a Gerusalemme nel 767, e a Roma, due anni dopo, ne fu convocato uno da papa Stefano II.

Tra gli oppositori più significativi ai decreti imperiali vi era stato papa Gregorio II, che attirò a sé notevoli teologi dell’epoca, i quali ingenuamente non s'accorsero che al cesaropapismo orientale la sede petrina voleva soltanto sostituire il proprio papocesarismo. Lo attesta se non altro il fatto che i Libri Carolini, partendo dai più infelici controsensi della traduzione latina degli Atti del Niceno II, accusavano il settimo concilio di legittimare l’adorazione delle immagini. Il sinodo di Francoforte (794) e quello di Parigi (824) dichiararono che le immagini non servivano che per ornamento e ch’era indifferente averle o non averle. Lo stesso Gregorio Magno fece scuola in occidente sostenendo che le immagini servivano soltanto agli ignoranti incapaci di leggere le Scritture.

Il papato fu punito da Leone III Isaurico e da Costantino V con la confisca di importanti territori: le province grecizzate dell’Italia Meridionale come la Calabria, la Sicilia, la Puglia, l’Illirico che fino ad allora
appartenevano alla curia papalina: il che indusse la chiesa romana a rivolgersi decisamente verso i Franchi, anche per ottenere l'esarcato ravennate (come noto, nell'800 il papato incoronerà Carlo Magno col titolo di imperatore del sacro romano impero, in aperta violazione del diritto imperiale bizantino, e di lì a poco scatenerà la questione dogmatica del Filioque per potersi separare definitivamente anche sul piano ideologico).

La cosa più strana nell'atteggiamento degli imperatori era che ci si avvaleva di influenze ebraico-islamiche a favore della distruzione delle immagini quando nella stessa teologia ortodossa era sempre stata molto forte l’idea apofatica di non farsi delle cose “divine” alcuna rappresentazione.

Gli storici oggi sono arrivati alla conclusione che, oltre alle esigenze di potere specifiche del governo imperiale in difficoltà sul piano militare, nella vicenda siano intervenute altre motivazioni, interne sia allo stesso governo che alla sfera ecclesiastica vera e propria, relative al fatto che la crescente popolarità del clero monastico stava assumendo contorni preoccupanti, in quanto lasciti e donazioni ne avevano aumentato enormemente i patrimoni. Di qui la coincidenza di iconoclastia e di anti-monachesimo.

Le resistenze popolari furono fortissime sin dall'inizio, al punto che già sotto il governo della reggente Irene, il secondo concilio di Nicea, del 787 (il settimo ecumenico), con ben 350 vescovi, rappresentativi della pentarchia, si dichiarò favorevole a ripristinare il culto delle icone, sulla base delle tesi espresse da eminenti teologi, come il siriano Giovanni Damasceno, Teodoro Studita e Niceforo di Costantinopoli.

E a nulla valsero le decisioni opposte del successivo concilio dell’815 di S. Sofia, che rinnovò l’aperta scomunica alle raffigurazioni di temi sacri sotto tutti gli aspetti e che depose il patriarca di Costantinopoli, Niceforo. Col sinodo dell’843, sotto l’imperatrice reggente Teodora (successa al marito Teofilo), si ratificano ufficialmente le disposizioni del Niceno II, secondo cui non solo parola e immagine hanno la stessa dignità, ma anche che non c’è idolatria là dove si distingue tra “latreia” o “adorazione” (da riservarsi solo al prototipo invisibile) e “proskynesis” o “venerazione” (possibile nei confronti di un'immagine simbolica, che poteva essere anche una reliquia ecc.).

Le icone insomma non hanno virtù propria: il feticismo, con tutte le concezioni magico-animistiche annesse, restava vietato, almeno dal punto di vista teorico, e venivano altresì salvaguardate le tradizionali tesi teologiche, anzi si riusciva concettualmente ad agganciare l’iconografia (o meglio l’iconodulia) alla cristologia. A celebrazione di questo avvenimento fu tenuta la "festa dell'ortodossia", che da allora la chiesa greca ripete ogni anno nella prima domenica di Quaresima.

Nel corso del X secolo la chiesa s'impossessò dell'iconografia (ma anche della miniatura e della pittura murale) come di una bandiera, capace di servire, ancor meglio dei testi, la sua ideologia. Decisivo infatti fu il contributo di questa forma di trasmissione dell'ideologia per la conversione di popoli come quello bulgaro, serbo e russo.

Oriente ed Occidente avevano dunque combattuto insieme l'errore iconoclasta, ma l'atteggiamento successivo fu molto diverso: l'Occidente preferì la strada del razionalismo, relegando progressivamente ai margini dell'arte cristiana il simbolismo.

La nuova iconografia di Giotto assecondò questa esigenza, creando un ciclo di immagini di argomento sacro, ma di natura esclusivamente narrativa, in ottemperanza all'estetica occidentale dei Libri Carolini, che davano una giustificazione didattico-estetica, non liturgica né, tanto meno, soteriologica, alla presenza delle immagini negli edifici ecclesiastici. Esse andavano ritenute “sacre” per la fede soggettiva dello spettatore o dell'autore, non per un'oggettiva ispirazione concessa all'artista credente, sulla base di una tradizione consolidata.

A ciò aggiunge Silvia Ronchey: "La sconfitta dell’iconoclasmo rappresenta la sconfitta, anche se non certo la scomparsa, del platonismo nelle sue implicazioni e applicazioni orientali, giudaiche prima ancora che islamiche, e l’affermarsi dell’aristotelismo come filosofia ufficiale del cristianesimo medievale, nella sistemazione fornita alla cultura bizantina, con largo anticipo rispetto a quella occidentale, prima da Giovanni Damasceno, il grande campione dell’iconodulia, e poi molto più tardi dai commenti di Eustrazio di Nicea e Michele di Efeso" (Lo stato Bizantino, Einaudi, Torino 2002),


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Storia Medievale - Sezione Arte
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Aggiornamento: 11/09/2017