CONCORDATI O SOVRANITA' STORIA DEI RAPPORTI TRA CHIESA E STATI

STORIA DELLE RELIGIONI


CONCORDATI O SOVRANITA'
STORIA DEI RAPPORTI TRA CHIESA E STATI

I - II

Ernesto Rossi scriveva che il Vaticano era il più pericoloso centro della reazione mondiale, la chiesa cattolica ha sempre minacciato ogni libertà di coscienza, il Vaticano appoggiò Mussolini, Hitler, Franco, Salazar, Vichy, Pavelic, Peron, Pinochet, in generale tutte le dittature dei paesi cattolici, con le quali ha fatto un concordato.

Con questi concordati, gli Stati, per rafforzarsi, conferiscono alla Chiesa privilegi a spese del popolo; l’unità dello Stato e la sottomissione dei sudditi sono garantiti dalla polizia, dalla pubblica istruzione, dalla legge, dalla propaganda e dalle omissioni dei mezzi d’informazione fiancheggiatrici, dalla religione e dall’odio verso gli altri popoli.

Nel 325 Costantino, per assumere il controllo dell’impero, fece il primo concordato con la Chiesa Cattolica, facendola divenire religione privilegiata dell’impero, Teodosio I (378-395) rafforzò il monopolio religioso della chiesa; nel 781 Carlo Magno fece un’altro concordato, gettando le basi del potere temporale dei papi e dello Stato della Chiesa. Nel 1122 si fece il concordato di Worms, tra papa Callisto II e l’imperatore Enrico V, che pose termine alla lotta sulle investiture dei vescovi, durata sessant’anni, sulle quali imperatori e papi guadagnavano perché abituati a vendere le cariche.

Nel 1801 fece un concordato Napoleone I, nel 1853 Napoleone III, nel 1855 ne fece uno Francesco Giuseppe d’Austria, nel 1929 fu la volta di Benito Mussolini, nel 1933 di Adolf Hitler, nel 1940 di Salazar, nel 1953 di Francisco Franco. Lo scopo di questi concordati era il rafforzamento di regimi liberticidi, in cambio di privilegi concessi alla Chiesa.

La chiesa non rinunciava mai a fare politica ed a perseguire i suoi interessi, non perseguiva mai l’equità; l’imperatore Ferdinando II Asburgo d’Austria (1578-1637), si era impegnato nel ristabilimento del cattolicesimo nel suo territorio, dopo la rivoluzione protestante: era un vero cattolico, chiese al Papa di concedergli il diritto di assegnare delle cariche ecclesiastiche ma questo glie lo negò; però lo stesso Papa, con un concordato, aveva concesso questo diritto al re di Francia. Questa disparità di trattamento ci fu anche nella concessione dei divorzi ai sovrani, negata ad Enrico VIII d’Inghilterra e concessa ad altri sovrani.

Nel 1800 fu fatto papa Pio VII e Napoleone I trattò con lui un concordato per il ristabilimento della Chiesa Cattolica. Pio VII riconobbe come definitiva l’alienazione dei beni ecclesiastici e ammise la costituzione civile del clero, che era stipendiato e nominato dal governo.

Nel 1813 a Fontainebleu fu redatto un nuovo concordato e Pio VII accettò di sottomettersi all’impero francese, Napoleone I riconobbe il cattolicesimo come religione di stato, però decretò la fine del potere temporale dei papi. Poi l’imperatore fallì la spedizione in Russia e fu sconfitto da una lega di potenze europee, perciò Pio VII denunciò il concordato e chiese il ristabilimento dei suoi diritti. Nel 1814 era di nuovo a Roma.

Il concordato fatto da Napoleone I fu l’unico veramente discriminante verso la chiesa, il Papa, denunciandolo unilateralmente come trattato squilibrato, dimostrava che questi concordati sono denunciabili da una parte, oggi però i papisti affermano il contrario. Con la restaurazione, per arrestare la marea della rivoluzione, gli stati decisero di sostenere la religione, perciò ritornarono i nunzi, si riaprirono episcopati e conventi, si fecero concordati e si ristabilirono i gesuiti con i loro collegi. Con la Francia si fece un nuovo concordato e il paese tornò sotto Roma, però in Italia insorsero i carbonari massoni, che erano repubblicani e anticlericali.

I principi, per soffocare le rivoluzioni, ritenevano che la religione fosse il migliore sostegno al governo, perciò sostennero il Papa, crearono diocesi, vescovadi, seminari e scuole cattoliche, gli anticlericali non furono sostenuti nemmeno dagli Stati protestanti e Roma fece concordati con stati protestanti e cattolici.

Il nuovo clima in alcuni paesi favorì, con il tempo, la nascita di un partito cattolico di centro, ben presto però nacquero nuovi contrasti d’interesse tra Stato e Chiesa, in Prussia il Papa prese posizione contro il Re, che intendeva regolare con legge i rapporti familiari, in Francia la Camera dei deputati era contro i gesuiti che intendevano dirigere l’insegnamento. A causa delle ingerenze, dei privilegi e del potere della chiesa, alla fine dell’Ottocento sarebbe tornato l’anticlericalismo in Francia, in Italia e in Germania.

Nel 1848 erano nate le moderne Costituzioni europee, il Vaticano era contrario, sempre convinto che solo i regimi assoluti erano congeniali alla chiesa e rimpiangeva il medioevo. Nel 1850 in Piemonte fu votata la legge Saccardi, che aboliva il foro ecclesiastico e stabiliva che i concordati potevano essere denunciati dagli Stati, su questa linea si mossero anche i francesi, l’imperatore d’Austria Giuseppe II e poi Bismarck con la Kulturkampf.

Nel 1851 si fece il concordato tra Papa e Spagna, nel paese erano stati espropriati i beni ecclesiastici; con il trattato, il papato ritornò nel possesso dei due terzi dei beni già espropriati ed il cattolicesimo divenne la sola religione ammessa in Spagna e nelle sue colonie.

In Francia Napoleone III (1851-1871) ristabilì il potere imperiale e difese la religione cattolica (come Mussolini era stato anticlericale), fece un concordato con il Papa, i vescovi entrarono in Senato, le necessità finanziarie della Chiesa furono messe a carico del bilancio statale, le nomine dei vescovi erano concordate.

A Vienna la chiesa ottenne la fine della legislazione unilaterale dello Stato in materia religiosa, il governo fece un concordato con il Papa e la religione entrò nell’educazione scolastica.

Appena realizzata l’Unità d’Italia, a Roma la nobiltà papale era immersa nelle speculazioni edilizie però il Papa si lamentava con la diplomazia europea per l’esproprio di territori subito e affermava che il potere temporale dei papi e lo Stato della Chiesa era ciò che rimaneva dell’impero romano d’occidente, regalato al papa da Costantino. Lorenzo Valla (1406-1457) aveva già dimostrato la falsità di quest’asserto.

Nel 1867, dopo l’unità d’Italia, furono aboliti gli enti ecclesiastici e furono soppresse le esenzioni tributarie per gli ordini monastici, con esproprio dei beni delle congregazioni a vantaggio di Stato e Comuni, con il ricavato, lo Stato creò un fondo per il culto, cioè la congrua per i preti.

In Germania Bismarck, con la Kulturkampf o lotta culturale (1870-1880), mise le istituzioni cattoliche sotto il controllo dello Stato, statalizzò la scuola e limitò l’insegnamento religioso, rese obbligatorio il matrimonio civile, mise al bando i gesuiti e chiuse i seminari, introdusse il matrimonio civile, mise sotto controllo le proprietà della chiesa e impose l’approvazione governativa sulle nomine ecclesiastiche.

La politica anticattolica del cancelliere Bismarck si esplicò contro il centro parlamentare cattolico, lo stato degli Hohenzollern volle divenire tutore della libertà religiosa, conquistata dalla riforma protestante e con il liberalismo. Il governo, sull’esempio dell’Italia, incarcerò religiosi, abolì ordini religiosi, destituì vescovi; i liberali consideravano il cattolicesimo una minaccia alla libertà, Bismarck aveva denunciato il potere della chiesa in Germania, che riscuoteva tasse, controllava l’istruzione e la stampa e poteva vanificare le leggi dello Stato.

Per reazione, i cattolici costituirono il partito del centro cattolico, nel 1891 furono abrogate queste leggi anticlericali e il centro cattolico tornò a trionfare sul liberalismo di Bismarck. Come si vede, le fortune della chiesa sono pendolari e cicliche, sono i suoi eccessi e la sua avidità ad armare periodicamente gli anticlericali…

Nell’ultimo quarto del secolo XIX, Contemporaneamente a Bismarck, in Belgio ai cattolici fu interdetto l’insegnamento, in Svizzera gli ordini religiosi furono messi al bando, in Austria lo Stato, ispirandosi alla politica già espressa dall’imperatore Giuseppe II Asburgo (1741-1790), s’impossessò delle scuole e nel paese fu approvato il matrimonio civile, in Francia e in Italia si diffuse l’anticlericalismo.

Nel 1871 in Italia la Legge delle guarentigie (garanzie legali) regolò unilateralmente i rapporti con la Chiesa, questa legge riconosceva l’autorità religiosa del Papa, gli concedeva un assegno annuale e l’uso, ma non la proprietà, di Vaticano, Laterano e Castel Gandolfo, inoltre fissò l’assegno mensile o congrua per i membri del clero.

Però la sinistra liberale, allora all’opposizione, avrebbe voluto che la Chiesa fosse trattata come un’associazione privata, voleva la nomina statale dei vescovi, non una libera Chiesa in libero Stato, ma la supremazia dello stato verso tutte le religioni, erano contro indennizzi e assegni annui al Papa.

Prevalse la via di mezzo della Legge delle guarentigie, che definì le prerogative del Pontefice: il Papa aveva diritto ad essere trattato come un sovrano straniero e non era responsabile davanti alla giurisdizione penale italiana, poteva ricevere diplomatici accreditati, disporre di una guardia, di telegrafo e di corrieri diplomatici; lo Stato rinunciava al controllo sulla Chiesa, alla nomina dei vescovi e al loro giuramento di fedeltà.

La Legge delle guarentigie rimase in vigore per 58 anni, fino al Concordato del 1929 con Mussolini: al Vaticano fu riconosciuta l’extraterritorialità e una rendita annua, il Papa si proclamava prigioniero e, per protesta, si chiuse entro le mura vaticane; Pio IX (1846-1878) era contro le dottrine moderne e con il non expedit, rimasto in vigore fino al 1904, impedì ai cattolici di partecipare alle elezioni.

La Legge delle guarentigie del 13 maggio 1871 ebbe risonanza mondiale. Il Papa, senza sovranità territoriale, era dichiarato esente dalla giurisdizione penale italiana, si punivano attentati e ingiurie al Pontefice, con garanzie al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede; i cardinali potevano partecipare ai conclavi, gli stranieri titolari d’uffici ecclesiastici a Roma non potevano essere espulsi, il papa però rinunciò alla dotazione annua.

La Legge delle guarentigie del 1871 riconosceva al Papa il diritto a nominare i vescovi in tutta Italia e non solo nel territorio dell’ex stato pontificio, questo diritto era stato sempre conteso dai principi, i vescovi non dovevano giurare fedeltà al re, lo stato riconosceva al papa sovranità e indipendenza in campo internazionale.

La Chiesa respinse il risarcimento, ma accettò la congrua per i preti, introdotta la prima volta nel Concilio di Trento (1545-1563), la cui misura fu ritoccata negli anni dallo stato italiano, a richiesta dei papi; lo Stato rinunciava al controllo sulle leggi ecclesiastiche e sugli atti delle autorità ecclesiastiche ed all’assenso governativo per i concili.

Il 12.6.1874 a Venezia nacque l’organizzazione cattolica Opera dei congressi, che condannò le eresie, riconobbe l’autorità del Pontefice e vietò ai cattolici di prendere parte alla vita politica, secondo le indicazioni del non expedit di Pio IX; l’Opera era decisa a difendere il papato contro gli attacchi della modernità, secondo l’enciclica Quanta cura-Il Sillabo del 1864, emanata da Pio IX.

Con l’Opera dei congressi nacque un partito extraparlamentare del Papa che animò casse di risparmio, banche popolari, cooperative e associazioni cattoliche, quando Leone XIII (1878-1903) morì, era ancora in piedi il non expedit e l’aspirazione del papa al potere temporale.

L’Italia all’inizio aderì alla Triplice alleanza (1882) anche per difendersi dalla Francia, dove al momento erano al potere i cattolici, che sostenevano le rivendicazioni del Vaticano. Però, alla fine del secolo, la Francia fece un giro di valzer e si distaccò da Roma, perciò l’Italia poté pensare anche a mutare le alleanze militari.

Dal 1876 in Italia andò al potere la sinistra liberale, che all’inizio si era opposta alle Legge delle guarentigie, che per essa accordava troppo alla Chiesa, arrivata al potere, cambiò idea e accettò la legge, tolse solo dal codice penale del 1889 la menzione sul cattolicesimo quale religione di Stato.

Francesco Crispi apparteneva alla sinistra liberale, era deista ed anche lui si adattò alla Legge delle guarentigie, era però contrario ai concordati e sosteneva il sistema americano e la libertà dei culti sotto la tutela statale, allora era ancora in vigore il non expedit.

Con l’elezione di Leone XIII (1878-1903), cessò il diritto di veto degli stati nell’elezione dal Papa, le grandi potenze chiesero però al governo italiano delle garanzie per la libera elezione del Papa, nel 1887 cominciò il disgelo e il Papa auspicò la concordia tra Italia e Santa Sede, le sue rivendicazioni erano limitate a Roma, nessuno metteva più in discussione l’unità nazionale. Il Papa chiedeva la sovranità su un suo territorio, anche piccolo, riteneva che, per l’esercizio della sua missione, al papa fosse necessario il potere temporale, cioè un territorio suo.

Nel 1891 Leone XIII pubblicò l’enciclica Rerum novarum, che delineava una terza via tra capitalismo e socialismo, cioè l’interclassismo o la solidarietà di classe cattolica, un vero bluff; nel corso dell’anno santo del 1900, il governo impedì a Roma una manifestazione in memoria di Giordano Bruno.

Il clima sembrava propizio alla riconciliazione, fu però interrotto dalla prima guerra mondiale; Francesco Saverio Nitti desiderava che il Papato proclamasse la pace tra capitale e lavoro, Sidney Sonnino sosteneva che il clericalismo era intollerante, contrario al progresso, nemico della libertà di coscienza e di pensiero, il ministro degli interni, Rudinì, si accanì contro i circoli e i giornali cattolici, invece Ricasoli voleva la Chiesa alleata contro i socialisti.

Quando divenne papa Pio X (1903-1914), in Francia la chiesa cattolica uscì perdente nell’affare Dreyfus, difeso da Emilio Zola ma attaccato dalla Chiesa, il governo francese abolì le congregazioni, ruppe le relazioni diplomatiche con il Vaticano e denunciò il concordato fatto da Napoleone III. Nel 1906 la chiesa dovette rinunciare alla proprietà dei beni ecclesiastici posseduti in Francia, anche in Francia era la rottura tra Stato e Chiesa.

Benedetto Croce era contro l’anticlericalismo, sosteneva lo Stato laico ed era contro i dogmi, Giovanni Giolitti era stato garibaldino ed era diffidente verso il clero, sosteneva la separazione tra Stato e Chiesa, però cercò un accordo politico con i cattolici ed i fascisti, in funzione antisocialista. Vittorio Emanuele III era freddo verso l’alto clero e chiamò alla direzione del governo il politico di sinistra Giuseppe Zanardelli, autore del codice penale del 1889.

Zanardelli era autore di un progetto di divorzio, poi arenatosi. Affermava che, se la Chiesa considerava concubinato il matrimonio civile, perché protestava per il suo scioglimento? Però non poteva ignorare che il divorzio toglieva clienti ai tribunali rotali.

Per compiacere la Chiesa, il Parlamento non approvò la legge sul divorzio, Sonnino e Giolitti votarono contro perché volevano usare i cattolici contro i socialisti; dal 1904 deputati cattolici cominciarono ad entrare in Parlamento, però solo come rappresentanza indiretta, cioè senza un loro partito: giuravano fedeltà al Re che aveva espropriato il Papa.

Alla vigilia della conciliazione tra Stato e Chiesa, Civiltà Cattolica affermava che ormai solo due istituzioni si opponevano alle idee sovversive: la Chiesa e gli eserciti, cioè la Chiesa e l’autorità. Si stava preparando il terreno per il fascismo e infatti furono proprio i gesuiti a mediare con Mussolini: il clima favorevole sarebbe nato con la crisi politica ed economica succeduta alla prima guerra mondiale.

Lo Stato vigilava sui seminari ed il ministro della giustizia, Finocchiaro Aprile, prevedeva sanzioni per gli sposi e il prete che celebravano il matrimonio religioso prima di quello civile; considerato il clima politico, ancora incerto per loro, i cattolici chiedevano garanzie internazionali per il mantenimento della Legge sulle guarentigie, perché temevano interventi legislativi peggiorativi. L’anticlericalismo univa la borghesia liberale con i socialisti, per il resto, i conservatori erano vicini ai cattolici, con i quali spesso cercavano l’accordo. Anche questo fatto, dopo la guerra, spianò la strada al fascismo.

Nel 1913 il conte cattolico Vincenzo Gentiloni, presidente dell’Unione elettorale cattolica, promise il voto dei cattolici a chi avesse combattuto il divorzio, difeso la scuola cattolica, l’insegnamento della religione e gli interessi della chiesa, poi creò l’Unione popolare cattolica, un partito extraparlamentare. Incredibilmente, il patto fu firmato anche da diversi massoni. Alcuni di loro, nel secondo dopoguerra, con singolare trasformismo, entrarono anche nella Democrazia Cristiana. D’altronde, tra i liberali esisteva una forte pattuglia di procuratori del cattolicesimo: ora il nemico era il socialismo, e anche Giolitti condivideva questo sentimento.

Quando divenne Papa Benedetto XV (1914-1922), il governo era preoccupato che la Chiesa, con la guerra, volesse internazionalizzare la questione romana. Il Kaiser aveva promesso al Papa, in caso di vittoria, la città di Roma ed un corridoio fino al mare, perciò l’Italia, al termine della guerra, si oppose alla presenza di un rappresentante del Papa alla conferenza della pace.

La Francia aveva rotto le relazioni diplomatiche con la Santa Sede, la Russia aveva sempre contrastato la penetrazione cattolica, l’Inghilterra era scismatica e chiamava i cattolici papisti. Comunque, per sicurezza, il governo italiano chiese alla Santa Sede di garantire che i rappresentanti di Germania e Austria, accreditati presso il Papa durante la Prima Guerra, non avrebbero abusato del loro ruolo, per svolgere attività contro l’Italia; la Santa Sede rispose invitando questi rappresentanti a stabilirsi in Svizzera.

Nel 1922 ci fu l’avvento del fascismo, sponsorizzato da Chiesa e alta borghesia, con l’acquiescenza della monarchia, che avrebbe potuto fermare la marcia su Roma con l’esercito e con i carabinieri. All’inizio i popolari entrarono nel governo con i fascisti; nel 1923, al congresso del Partito Popolare, si contrapponevano una destra filofascista e una sinistra antifascista, Don Sturzo mediò a favore dell’unità, De Gasperi era a favore della partecipazione dei popolari al governo con i fascisti, Mussolini voleva l’allontanamento di Don Sturzo dal Partito Popolare; poi però, d’accordo con il Vaticano, scacciò i cattolici dal governo, il partito popolare fu sciolto e Don Sturzo andò in esilio all’estero.

I giornali cattolici avevano invitato Don Sturzo a non creare imbarazzi all’autorità ecclesiastica con il suo antifascismo, la Santa Sede guardava con simpatia al regime fascista; dopo l’omicidio Matteotti, i popolari parteciparono all’astensione dai lavori parlamentari, invece la Chiesa aiutò il regime a superare la crisi e poi approvò lo scioglimento del partito popolare di Don Sturzo da parte del fascismo.

Con il regime fascista, il vescovo ritornò ad essere autorità cittadina al quale le autorità civili rendevano omaggio, poi il ministro della pubblica istruzione, Gentile, propose di rendere obbligatorio l’insegnamento della religione nelle scuole, di aiutare economicamente le chiese e le congregazioni religiose e rimise al loro posto i crocefissi, prima rimossi dalle scuole.

Civiltà Cattolica condannava la lotta di classe e difendeva il regime; il fascismo, per le sue riforme, s’ispirò alla Chiesa: da essa prese l’idea dello Stato corporativo, che doveva far cessare la lotta di classe. Per il Vaticano, il fascismo era destinato a rimettere le cose a posto.

L’ex ateo e anticlericale Mussolini si avvicinò alla Chiesa e affermò che la tradizione imperiale di Roma era stata ereditata dalla chiesa di Roma e che l’idea universale che s’irradiava da Roma ormai veniva dal Vaticano. Si disse contro le chiese nazionali, perché tutti i cristiani dovevano guardare a Roma, affermò che il Papa era un valore aggiunto per i sogni imperiali italiani e che il Cattolicesimo era una grande potenza spirituale e morale. Infatti, la Chiesa aveva sostenuto le imprese coloniali italiane di Libia ed Etiopia.

I tempi erano maturi per la riconciliazione, occorreva sole un governo forte come quello di Mussolini, sostenuto dalla Chiesa, per un Concordato. Per la Chiesa trattava Francesco Pacelli, zio di Eugenio Pacelli, che allora era nunzio in Baviera, i Pacelli erano al vertice dalla Banca di Roma. Croce ed Einaudi proponevano ancora una libera Chiesa in un libero Stato, Roberto Farinacei era contro il concordato, Giovanni Gentile era contro perché lo Stato non poteva rinunciare ad intervenire nella società civile, ed era anche contro l’insegnamento religioso. All’interno del fascismo, il nazionalista cattolico Luigi Federzoni, seguendo i desideri della Chiesa, da tempo premeva per un concordato, era un agente vaticano alla testa della pattuglia clerico-fascista.

Il Concordato è un accordo bilaterale tra Stato e Santa Sede, un trattato regolato dal diritto internazionale. Generalmente la Chiesa lo ha stipulato con stati autoritari, senza consultare il Parlamento. La Chiesa ha sempre chiesto privilegi allo Stato, come le esenzioni fiscali.

Quando, alla fine dell’800, fu proposto un concordato, Crispi (morto nel 1901) affermò che ciò si poteva fare solo inserendo nel trattato la postilla che i rapporti tra Stato e Chiesa erano regolati dai patti solo per la parte non contraria alla Costituzione. Nella nostra Costituzione invece l’articolo 7, che ha recepito i Patti Lateranensi, configge con gli articoli 3 e 8: cioè la nostra Costituzione è contraddittoria, e l’Assemblea costituente e i costituzionalisti parvero, per lo più, ignorarlo.

A Gentile era successo come ministro dell’istruzione Pietro Felice, che fu artefice della conciliazione con la Santa Sede. Nel 1925 era stata creata dal governo una commissione per preparare il concordato, presieduta dal ministro della giustizia Rocco, disposto a concedere la personalità giuridica agli enti religiosi, a riconoscerli come enti morali ed a concedere agevolazioni fiscali alla Chiesa. La firma del concordato avvenne nel 1929: i seguaci di Don Sturzo furono tiepidi verso l’accordo, convinti che, entro pochi anni e senza il fascismo, il partito popolare sarebbe andato al governo. De Gasperi approvò il concordato.

Il nuovo papa Pio XI (1922-1939) proibì ai preti l’iscrizione ai partiti e nel 1929 firmò i Patti Lateranensi con Mussolini, con la mediazione dei gesuiti e del segretario di stato Gasparri, ottenendo riconoscimenti, privilegi e la libera nomina dei vescovi in tutta Italia. In cambio, rinunciò a sindacati e partiti cattolici e approvò lo Stato corporativo. Con il concordato, il regime fascista definì l’insegnamento cattolico fondamento e coronamento di tutta l’istruzione, riconobbe le festività stabilite dal Vaticano e vietò a Roma le manifestazioni in contrasto con il carattere sacro della città.

Pio XI era contro liberalismo, socialismo e comunismo e nel 1933 fece un concordato anche con Hitler, sostenne Franco, Salazar e Dolfuss in Austria, combatté il matrimonio civile, difese la scuola cattolica contro quella pubblica e, per compiacere il fascismo, provocò lo scioglimento del partito cattolico di Don Sturzo. Mussolini, per compiacere la Chiesa, sostenne le idee d’autorità, ordine e gerarchia, le corporazioni, la famiglia, volle il carcere per la bestemmia, i crocefissi negli uffici, la lotta al liberalismo, al socialismo ed al comunismo.

Il concordato del 1929, abbandonando le posizioni della Legge delle guarentigie, definì il cattolicesimo religione di Stato, cioè si era ritornati, in questo campo, allo Statuto Albertino del 1848. La chiesa si stava riprendendo lo Stato: l’operazione sarebbe stata conclusa nel 1945 con i governi democristiani, con Berlusconi e poi con quelli successivi.

Era cioè un ritorno al passato, dopo la bufera laica del Risorgimento e la Legge delle guarentigie. Il regime reintrodusse l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole statali, soppresso dopo l’Unità. Il concordato, affermando che la religione cattolica era la religione dello Stato, faceva dell’Italia uno Stato dichiaratamente confessionale, come i paesi islamici.

Il concordato gettò sul lastrico i preti usciti dalla Chiesa, il fascismo impostò una legislazione matrimoniale favorevole alle gerarchie, i parroci che reclamavano le decime, soppresse nel 1887, ricevevano ragione dal giudice, le confraternite furono riconosciute e gli enti ecclesiastici furono esonerati dai tributi. La chiesa ottenne la parificazione di scuole pubbliche e private, per le private ottenne che le commissioni d’esame fossero costituite da elementi amici, spesso lo Stato venne incontro a richieste economiche straordinarie da parte della Chiesa e costruì anche edifici di culto.

Con il concordato del 1929, lo Stato italiano puniva i delitti commessi nella città del Vaticano, privo di carceri e tribunali, però ha investigato sugli stessi solo a richiesta del Vaticano; oggi il governo italiano fornisce anche gli aerei per i viaggi del Papa.

Il trattato esclude ingerenze del governo italiano nella politica della Santa Sede ma non esclude il contrario. E contiene obbligazioni solo a carico dello Stato – creando uno squilibrio – per esempio viene vietato agli aeromobili italiani di sorvolare il Vaticano ma non il contrario.

Generalmente sono definiti iniqui e denunciabili unilateralmente i trattati internazionali squilibrati a favore di una sola parte, perché nati sotto la pressione di una potenza dominante: lo fece la Cina con i trattati iniqui delle potenze coloniali europee, però per la denuncia occorrerebbe una volontà politica che non c’è, e i papisti affermano che il concordato non è denunciabile unilateralmente, ignorando che il Papa denunciò il concordato stipulato con Napoleone I, alla caduta di questo.

Con questo concordato, i preti, malgrado fossero cittadini italiani, potevano essere dipendenti dello Stato solo su autorizzazione del vescovo. Non potevano testimoniare in giudizio su cose apprese durante la confessione, e non potevano essere assunti dallo Stato ex preti.

Per l’esercito era prevista la nomina di cappellani militari, e in caso d’imputazione di un sacerdote se ne doveva informare il vescovo e la pena carceraria era scontata in locali separati. La forza pubblica non poteva entrare nei locali aperti al culto, se non su autorizzazione del vescovo, lo Stato riconosceva i giorni festivi della Chiesa e rinunciava alla nomina dei vescovi.

In cambio, la Chiesa pregava per la prosperità dello Stato e del Re d’Italia ed i vescovi giuravano fedeltà allo Stato. Erano queste le uniche obbligazioni del Vaticano: un vero affare. Il giuramento dei vescovi allo Stato fu vanificato quando la Chiesa assunse il controllo dello Stato stesso. I preti erano nominati dall’autorità ecclesiastica, dovevano essere cittadini italiani, enti ecclesiastici e associazioni religiose ricevettero la personalità giuridica, con esclusione di qualunque tributo a loro carico.

Con il concordato, lo Stato italiano riconosceva al matrimonio religioso effetti civili, le cause di nullità del matrimonio erano di competenza dei tribunali ecclesiastici, mentre il divorzio civile non era ammesso, però esisteva la separazione civile tra i coniugi. L’Italia riconosceva l’insegnamento della dottrina cristiana come coronamento dell’istruzione pubblica. L’insegnamento della religione era previsto obbligatoriamente nelle scuole elementari e medie, ed era impartito da docenti autorizzati dal vescovo. Inoltre, ai sacerdoti era vietato iscriversi ad un partito.

Per Giovanni Gentile i rapporti con la Chiesa potevano essere ancora regolati con la legge unilaterale delle guarentigie, però il Vaticano aveva preteso un concordato: questo fu fatto anche su ispirazione dei gesuiti, rappresentati nelle trattative da Tacchi Venturi. Con questo concordato la religione cattolica era riconosciuta come la sola religione dello Stato, Tacchi Venturi divenne consigliere di Mussolini e fu nominato da Gasparri intermediario tra Santa Sede e governo italiano. Era anche il garante presso il governo fascista degli interessi vaticani. E a Roma i gesuiti dirigevano anche una società segreta, l’Ordine di Gesù Operaio.

Il Vaticano ottenne da Mussolini di ostacolare la penetrazione evangelica in Italia, ed il licenziamento dall’università di Roma del religioso scomunicato Bonaiuti; Tacchi Venturi ottenne i visti per l’espatrio in America latina di alcuni ebrei convertiti, protetti dalla Chiesa. Civiltà Cattolica si schierò per il corporativismo fascista, l’Osservatore Romano per il colonialismo fascista. Per Civiltà Cattolica le guerre, come quelle fasciste, potevano essere anche giuste.

I Patti Lateranensi – o Concordato del 1929 – erano divisi in tre parti: trattato, concordato propriamente detto e convenzione finanziaria. Al Vaticano erano riconosciuti indennizzi, parte in contanti e parte in titoli, e l’esenzione dalle tasse a dai dazi d'importazione.

Il fascismo volle l’insegnamento religioso, perché vedeva la religione come instrumentum regni, ma anche perché fu sponsorizzato dalla Chiesa. Nel 1924 Antonio Gramsci aveva accusato il Vaticano di rappresentare la più grande forza reazionaria esistente in Italia. Gramsci osservava che per la Chiesa erano dispotici i governi che intaccavano i suoi privilegi e provvidenziali quelli che, come il fascismo, li accrescevano.

L’11 febbraio 1929 fu firmato il concordato, che cominciava con le parole “Nel nome della santissima trinità”. Riconosceva lo Stato del Vaticano e le festività religiose, e il Papa ricevette 750 milioni di lire in contanti e un miliardo in titoli. La chiesa chiamò Mussolini Uomo della Provvidenza. Quando i Patti Lateranensi, che mettevano fine alla questione romana, furono presentati alla Camera per la ratifica, solo Benedetto Croce parlò contro e solo sei deputati votarono contro.

L’ex ateo e anticlericale Mussolini evocò Napoleone I, affermando che la religione poteva essere utile allo Stato. Per il Duce era Roma che aveva reso il cattolicesimo universale, la capitale dell’impero era sacra, e il cattolicesimo integrava il fascismo. Erano tutte frasi di propaganda: Mussolini si era messo al servizio della chiesa.

Per i fascisti, il sostegno della Chiesa serviva anche alla politica estera e coloniale dell’Italia. Con il concordato, lo Stato rinunciava alla regolamentazione civile del matrimonio a favore della Chiesa e il cattolicesimo divenne religione ufficiale dello Stato. I contrasti tra Chiesa e fascismo nacquero sul tema a chi spettasse l’educazione dei giovani, cioè al regime o all’Azione Cattolica; quando cadde il regime fascista, dall’Azione Cattolica e dalla Fuci vennero i nuovi dirigenti dello Stato.

In Germania, il cattolico Von Papen, sostenuto dal nunzio Eugenio Pacelli, in cambio di un concordato, assicurò a Hitler il sostegno del Papa. Nel 1933 Hitler divenne cancelliere, Von Papen vice cancelliere, e fu stipulato il Concordato, mentre il partito del centro cattolico fu sciolto: si replicava un processo già avvenuto in Italia.

Eugenio Pacelli, il futuro Pio XII, fece un concordato con Hitler e ne guadagnò la tassa ecclesiastica, a beneficio delle chiese cattoliche e protestanti. Una parte considerevole di questo denaro affluiva in Vaticano.

Però con il concordato del 1933 con il nazismo, Hitler, diversamente da Mussolini, non consegnò alla Chiesa la legislazione matrimoniale e la scuola, inoltre in Germania la Chiesa cattolica, senza successo, cercò di difendere ebrei convertiti ed i matrimoni misti da loro fatti.

Durante il fascismo si affermò anche un movimento neo-guelfo, i cuoi membri finirono anche davanti al tribunale speciale fascista, che voleva, come Gioberti, una repubblica clericale federale presieduta dal Papa. Se oggi il Papa volesse tentare un colpo di Stato con un movimento del genere, non incontrerebbe nessuna opposizione da parte dei partiti e della televisione italiana.

Caduto il fascismo, il Concordato fu richiamato all’articolo 7 della Costituzione repubblicana del 1948. È però in contrasto con gli articoli 3 e 8 della Costituzione, che sanciscono l’eguaglianza delle religioni e la laicità dello Stato, perché mette la Chiesa Cattolica in una posizione di privilegio, ad esempio in materia fiscale e scolastica, e inoltre è lesivo della sovranità dello Stato.

Palmiro Togliatti e i comunisti, dopo la Seconda Guerra Mondiale, cercarono di avvicinarsi ai cattolici, ricercandone l’alleanza politica, perciò vollero l’inserimento del concordato nella Costituzione. Anche De Gasperi, durante la Resistenza e dopo la guerra, difese i patti, che per lui rappresentavano la pace tra Chiesa e Stato.

Quando, dopo la Seconda Guerra, l’Assemblea costituente pose in discussione l’articolo sette, Togliatti e Dossetti si espressero a favore del suo inserimento nella Costituzione, però, mentre l’articolo 8 della Costituzione dichiarava l’eguaglianza delle religioni, l’articolo 7 dichiarava che la religione cattolica era la sola religione dello Stato.

L’articolo 7 affermava anche che le modificazione consensuali dei patti non implicavano la revisione della Costituzione, l’inserimento in costituzione di quest’articolo fu votato da democristiani e comunisti, votarono contro socialisti e repubblicani. Per la difesa dell’art.7, la Dc era disposta a provocare una crisi di governo, anche Dossetti voleva l’inserimento dei Patti nella Costituzione, e affermava che erano maturi anche prima del fascismo e che avevano composto un dissidio secolare.

Il sacerdote Ernesto Bonaiuti, antifascista e scomunicato dalla Chiesa, nel 1931 perse la cattedra universitaria perché aveva rifiutato il giuramento fascista e dopo la Liberazione non fu più riammesso all’insegnamento perché era ancora vigente la norma concordataria che colpiva i preti apostati o irretiti da censura, che non potevano essere assunti come dipendenti della Pubblica Amministrazione in violazione dell’articolo tre della Costituzione.

La sinistra era più interessata alla riforma agraria che ai Patti Lateranensi, per contentare la Chiesa, il governo non consentì il ritorno di Don Ernesto Bonaiuti alla cattedra universitaria romana, né fu rimossa la norma concordataria che prevedeva l’esclusione dal pubblico impiego dei sacerdoti apostati o usciti dalla Chiesa.

I sacerdoti apostati o irretiti da censura non dovevano più insegnare, anche perché, secondo la Chiesa, avevano accettato questo principio prima di entrare nel clero. Per l’ordinamento autoritario della Chiesa non esistevano le clausole vessatorie e discriminanti, non esisteva nemmeno il diritto a cambiare idea, i preti erano i moderni servi della gleba della Chiesa.

Malgrado questa disponibilità della sinistra, il clero respingeva i comunisti anche dal ruolo di padrini nei battesimi e nelle nozze. Approvata la costituzione, i comunisti furono espulsi dal governo di coalizione e nel 1949 e la Chiesa vietò l’iscrizione al Partito comunista, scomunicando i comunisti; comunque, gli italiani continuavano a sposarsi in Chiesa e a battezzare i loro figli, di qualunque partito fossero.

Nessuno voleva abolire il concordato o riformarlo o denunciarlo, non già perché non ce ne fosse la possibilità. Dopo la caduta di Napoleone I, fu il Papa a denunciare il concordato con lui stipulato. Anche la legge Saccardi aveva affermato che il concordato era denunciabile, inoltre, i trattati internazionali sono stati sempre denunziati.

Il riconoscimento della sovranità originaria della Chiesa, contenuta nei patti inseriti nella Costituzione, la metteva sullo stesso piano dello Stato, cioè non aveva limiti nello Stato e la metteva in posizione privilegiata rispetto alle altre religioni, cosa che non aveva riscontro in altri ordinamenti democratici ed era in contrasto con gli articoli 3 e 8 della costituzione.

I comunisti cedettero perché desideravano rimanere nel governo con i democristiani. Nel 1944 era esistito anche un patto d’unità sindacale tra cattolici e sinistra e nel Cln comunisti e cattolici avevano cooperato contro il fascismo. Dal 1943 al 1945 a Roma edifici religiosi avevano nascosto dirigenti socialisti e comunisti per sottrarli ai nazisti. Quando nel 1948 il Pci fu espulso dal governo, tornò a vedere nella chiesa la riserva del capitalismo e della reazione.

Se Togliatti fu favorevole al concordato, Gramsci era stato contrario a tutti concordati, i socialisti erano anticlericali e la Santa Sede aveva sempre stipulato concordati con governi autoritari, non tenuti all’approvazione di questo tipo di trattato da parte del Parlamento, però il concordato italiano non fu sottoposto all’approvazione, da parte della Chiesa, nemmeno del clero.

L’articolo 7 della costituzione repubblicana del 1948 afferma che Stato e Chiesa sono reciprocamente indipendenti e sovrani e precisa che la modifica dei patti deve essere concordata, ma non richiede revisione costituzionale. Così i Patti Lateranensi acquistarono valore di legge costituzionale, anche se in contrasto con altri articoli della Costituzione. Per la Corte costituzionale sono fonte atipica del diritto, superiori alle leggi ordinarie ma inferiori alla legge costituzionale.

Il recepimento del Concordato nella Costituzione repubblicana non avvenne senza contrasti: il repubblicano Della Seta voleva l’eguaglianza di tutte le chiese, che considerava libere associazioni, senza bisogno di riconoscimento statale; poiché il concordato ricordava che Stato e Chiesa erano reciprocamente sovrani, Lami Starnuti fece osservare che lo Stato non aveva bisogno di proclamare la propria sovranità nella Costituzione.

Basso osservò che alla pace religiosa l’Italia era arrivata già prima del concordato, che l’articolo sui sacerdoti apostati o censurati, che non potevano essere assunti dallo Stato, era lesivo della libertà personale, perché la Costituzione garantiva parità a tutti, senza distinzione di religione; per Calamandrei, i Patti, facendo del cattolicesimo il fondamento e coronamento dell’insegnamento scolastico e la religione dello Stato, erano un vulnus alla laicità dello Stato.

Però i liberali erano in parte favorevoli all’inserimento del Concordato nella Costituzione. Erano contrari socialisti e azionisti, favorevoli democristiani, monarchici, comunisti e qualunquisti. Con questo Concordato o Patti Lateranensi del 1929, lo Stato dava il benestare alla nomina di vescovi e parroci e pretendeva il giuramento di fedeltà da parte dei vescovi; questa norma, inesistente nella Legge delle guarentigie, era però lesiva dell’indipendenza della Chiesa, e con lo Stato controllato dal 1945 dalla Chiesa, sarebbe divenuta inefficace.

La Carta costituzionale aveva messo su un piano secondario gli altri culti, per esempio per il diverso trattamento riservato agli edifici di culto e perché prevedeva che i rapporti con le altre religioni dovessero essere regolati sulla base d’intese, cioè queste religioni non avevano diritti automatici come la chiesa cattolica che aveva un concordato.

Igino Giordani non voleva mettere in pericolo la pace religiosa e si espresse a favore dell’inserimento dei Patti nella Costituzione, invece Pietro Calamandrei protestò contro il loro inserimento nella Costituzione, rilevando che così essi sancivano la confessionalità dello Stato; mentre Giorgio La Pira era contro lo Stato confessionale, Dossetti negò che l’art.1 del trattato creasse uno Stato confessionale, però, con quell’articolo, il cattolicesimo diventava religione ufficiale dello Stato.

Vittorio Emanuele Orlando faceva osservare che l’eventuale rinuncia al diritto di denunciare il trattato limitava la sovranità dello Stato. Benedetto Croce ricordò che nel 1929 era contro i Patti ed a favore della conciliazione, per il repubblicano Della Seta si dovevano mantenere solo quelle norme dei Patti non in contrasto con la costituzione; Pietro Nenni denunciò che con i patti si stava tornando indietro, Enrico Molè, difensore della laicità dello Stato, fece notare che l’inserimento del Concordato nella Costituzione democratica non aveva precedenti nel mondo.

Alcide De Gasperi e Togliatti affermarono che i Patti erano modificabili d’accordo con il Vaticano e senza modificare la Costituzione; la Santa Sede, per paura di perdere i vantaggi acquisiti, pretendeva che i patti fossero richiamati dalla Costituzione. Si riteneva anche che, in difetto, democristiani e monarchici avrebbero chiesto la sottoposizione a referendum della Costituzione. Togliatti ingenuamente pensava che l’arrendevolezza del partito comunista sul concordato smussasse l’irriducibile avversione della Chiesa per il comunismo, voleva fare del concordato moneta di scambio per far rimanere al governo i comunisti con i cattolici.

Da allora i maestri accompagnano gli alunni in chiesa e gli ufficiali fanno la stessa cosa con i soldati, tutti i locali pubblici sono benedetti, scuole e uffici pubblici hanno il crocefisso appeso ai muri, la scuola svolge l’ora di religione, lo Stato costruisce chiese, la magistratura ha condannato i cittadini per vilipendio della religione, i figli dei separati sono stati assegnati ai genitori che andavano in chiesa; gli esami delle scuole private devono avere commissari benevisi, gli enti ecclesiastici hanno avuto licenze edilizie in deroga ai regolamenti urbanistici comunali, i vescovi si sono intromessi nel conferimento di cariche pubbliche, la Chiesa controlla la televisione di Stato, si è votato secondo l’indicazione dei parroci ed alcune parrocchie si sono trasformate in uffici di propaganda elettorale.

In Italia, in virtù dei Patti Lateranensi e successivi accordi, la stampa e la televisione sono imbavagliate quando scrivono della Chiesa Cattolica, le leggi sulla diffamazione e il vilipendio della religione sono severe ed i direttori di giornali, peraltro condizionati dalla proprietà, dalla pubblicità e dai finanziamenti pubblici, possono essere citati in giudizio; cioè in Italia non esiste libertà di pensiero, di parola e di stampa: non è una democrazia e non è uno Stato sovrano.

Le costituzioni democratiche non avevano mai metabolizzato i concordati prima di allora, questi trattati erano stati fatti con stati autoritari ed erano trattati ineguali che concedevano solo privilegi alla Chiesa, ciò malgrado, in Italia il concordato fu richiamato dall’art. 7 della Costituzione, così gli accordi lateranensi acquistavano valore di legge costituzionale, anche se in contrasto con altri articoli della costituzione.

Nel 1970 in Italia, con una legge, fu ammesso il divorzio civile, naturalmente si ebbero le proteste della Chiesa, che denunciò la violazione del Concordato, e che con un referendum cercò di abrogarla senza riuscirci. L’Italia a volte sembra desiderare le leggi degli altri Stati (laici), ma non può ottenerle perché è uno Stato telediretto o semisovrano. Comunque, la società civile italiana è sempre più secolarizzata: diminuiscono le vocazioni, aumentano le libere unioni e la Chiesa non rifiuta più i conforti religiosi a chi non si reca alla messa.

Prima della legge sul divorzio del 1970, il matrimonio religioso, contratto secondo le norme del diritto canonico, aveva effetti civili, mentre le sentenze di nullità del matrimonio religioso da parte dei tribunali ecclesiastici erano recepite dallo Stato, con sentenza della corte d’Appello.

Nel 1971 la Corte costituzionale ha stabilito che i Patti Lateranensi sono fonti atipiche del diritto, con meno forza delle disposizioni costituzionali ma con più forza delle leggi ordinarie, modificabili con mutuo consenso e non abrogabili unilateralmente o per volontà popolare con referendum. Però, pressata dal cambiamento dei tempi, dal 1976 la Santa Sede si disse d’accordo su un progetto concordato di revisione del Concordato. La revisione avvenne nel 1984, sotto il governo Craxi. Con essa non è più in vigore l’art. 1 del vecchio concordato, che sanciva la confessionalità dello Stato, i vescovi hanno preso l’8per mille sull’Irpef, che sostituisce la congrua. La religione è entrata nelle scuole materne ma l’ora di religione a scuola non è più obbligatoria, i preti non fanno più i militari e i preti irretiti possono impiegarsi nella pubblica amministrazione.

Con questa revisione scompare l’invocazione alla Santissima Trinità, fu riconosciuta la libertà di religione e il Cattolicesimo non era più religione di Stato. La competenza dei tribunali ecclesiastici non era più esclusiva nei casi di separazione dei coniugi, però i sacerdoti non erano costretti a testimoniare su cose apprese nel confessionale, la polizia non poteva entrare nelle chiese senza autorizzazione e si riconoscevano gli effetti civili al matrimonio religioso.

L’8per mille fu destinato a vantaggio delle religioni che stipulavano una convenzione con lo Stato e la somma destinata alla Chiesa cattolica era amministrata dai vescovi. Le tasse per la Chiesa erano già pagate in Germania e in Scandinavia, invece in Usa si preferiva l’offerta libera dei fedeli; per amministrare le somme destinate alla Chiesa cattolica, nacque l’Istituto per il sostentamento del clero e la Chiesa cattolica, grazie ad un singolare meccanismo di distribuzione, incassò l’87% del gettito, anche se le preferenze espresse a suo favore erano solo del 35%.

Lo Stato, destinatario del gettito come altre religioni che hanno stipulato la convenzione, beneficia del 10% e destina la sua quota in parte alla manutenzione d’opere d’arte, all’assistenza ai rifugiati e alle calamità naturali. Parte di questo denaro finisce ancora nelle mani della Chiesa.

Hanno stipulato una convenzione la comunità ebraica, la chiesa luterana, avventisti, valdesi e assemblee di Dio: tutte queste religione hanno circa il 3% del gettito. La distribuzione del gettito dell’8per mille alle altre confessioni è fatta previa intesa e convenzione con lo Stato, perché solo la Chiesa cattolica ha un concordato. I battisti hanno rifiutato di partecipare a questo meccanismo di distribuzione, l’associazione degli atei non è stata ammessa al contributo perché si è detto che la loro non è una religione, le assemblee di Dio accettano solo la contribuzione indicata a loro favore dal contribuente.

Sono prossimi all’intesa buddisti, testimoni di Geova e islamici, per i quali già esiste in Italia una consulta islamica, legata ai Fratelli Musulmani, creata d’intesa con il Ministro dell’interno, e che rappresenta un milione di persone, tra cui 70mila italiani convertiti.

Con la revisione del 1984 è caduto l’obbligo dei vescovi di giurare fedeltà allo Stato, il matrimonio civile è stato svincolato da quello religioso, però non è richiesta la doppia cerimonia. Oltre gli oneri previsti dal concordato, lo Stato finanzia insegnanti di religione, scuole cattoliche, università cattoliche, paga i cappellani militari, ristruttura e costruisce edifici religiosi, finanzia gli oratori, finanzia le cliniche cattoliche, e la chiesa ha tariffe postali agevolate; a ciò vanno aggiunte le esenzioni fiscali: in Italia gli enti ecclesiastici sono 59mila e posseggono tanti immobili e terre.

Quindi nel 1984 il Vaticano ottenne, con la scusa della revisione, altri privilegi. Inserendosi nelle lotte tra i partiti ottiene sempre di più e oggi il Vaticano è divenuto proprietario di un quarto degli immobili a Roma. Dove, fin dall’Unità, prese a fare speculazioni immobiliari, quando ufficialmente politici laici e Chiesa non si parlavano ancora: ha continuato a farlo in tempi recenti tramite società ombra e tramite la sua Società Immobiliare, abbandonando alla speculazione anche prestigiosi immobili d’istituti religiosi, tutti i suoi immobili religiosi godono del regime dell’extraterritorialità.

Il Vaticano ha venduto immobili sfrattando gli inquilini e ha venduto scuole, licenziando gli insegnanti, ha mutato la destinazione delle chiese, senza chiedere autorizzazione alla sovrintendenza. Con la revisione del 1984, i sacerdoti erano esonerati dal servizio militare, mentre con il concordato del 1929 erano soggetti, gli studenti di teologia godevano del rinvio militare, gli ecclesiastici non potevano violare il segreto della confessione, nemmeno nel corso di un giudizio, gli edifici religiosi erano inviolabili per lo Stato.

Gli enti ecclesiastici e gli enti d’assistenza e beneficenza avevano personalità giuridica e godevano di esenzioni tributarie, però le loro attività economiche e i loro fabbricati commerciali erano soggetti a tassazione; in realtà, la Repubblica esentò la costruzione e ristrutturazione delle scuole private dal pagamento dell’Iva (come insegnano gli Usa, anche con le scuole private si può fare profitto) e recentemente ha esentato dall’Ici e da altre imposte le attività alberghiere e di ristorazione ai turisti da parte degli ordini religiosi; il Vaticano importa generi alimentari, anche per gli esterni, esenti da tasse sui consumi.

La Chiesa cattolica può istituire scuole private d’ogni ordine e grado che rilasciano titoli equipollenti a quelli delle scuole statali, le commissioni d’esame devono essere commissioni amiche, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole statali non è più obbligatorio, però lo Stato paga gli insegnanti di religione della scuola pubblica, i quali sono nominati dai vescovi.

Oggi la scuola privata riceve contributi allo Stato, alcune regioni hanno creato dei buoni scuola e trasporti gratuiti a favore degli alunni delle scuole private, la degenza in ospedale o la permanenza in luoghi di pena prevedono l’assistenza spirituale cattolica, non prevista per le altre religioni. Nelle scuole materne ed elementari l’insegnante di religione è l’insegnante di classe, però la Chiesa interviene anche nella scelta dei libri di testo della scuola pubblica, dove permangono i crocefissi, insomma nemmeno la scuola pubblica è laica e indipendente dalla Chiesa.

Con gli indennizzi ricevuti con il concordato e altre entrare del Vaticano, nacque l’amministrazione delle opere religiose: lo scopo era amministrare il patrimonio Vaticano, che includeva anche una fabbrica di munizioni in cui si riforniva il fascismo ed una fabbrica d’anticoncezionali; questa amministrazione divenne la banca Ior, amministratrice del denaro degli enti religiosi, e successivamente anche di privati, e pure mafiosi, con importanti partecipazioni industriali e bancarie, nelle quali sono rappresentate anche le curie locali, le quali controllano anche le banche popolari.

L’8per mille destinato alla Chiesa cattolica, non è amministrato dall’Ior ma da un istituto centrale per il sostentamento del clero dipendente dalla Cei, il quale riceve anche donazioni di fedeli; la Conferenza episcopale ogni anno ne trasmette rendiconto non analitico allo Stato, che, per delicatezza, non è controllato. Da 1989 le persone fisiche possono dedurre dal proprio imponibile, fino a due milioni di lire, donandoli all’Istituto centrale per il sostentamento del clero, nel 1985 fu creato anche un fondo per la conservazione degli edifici di culto, affidato al ministero dell’interno.

Comunque, per sfuggire alle tasse sui profitti azionari, dal 1962 il Vaticano spostò fuori dall’Italia i suoi investimenti, o meglio, le sue proprietà italiane furono reintestate, ma rimasero sempre nelle sue mani, fiduciarie estere e paradisi fiscali permettevano questo miracolo. Il piano del Vaticano fu quello di sottrarsi al fisco e di costituirsi un suo polo finanziario cattolico, capace di competere con la finanza laica internazionale.

Il Vaticano, il più grande possidente italiano, per speculare sul cambio e per le esportazioni valutarie si servì anche del finanziere Michele Sindona, legato alla massoneria, alla mafia, alla loggia P2 di Licio Gelli, al cardinale Montini, divenuto papa Paolo VI, e al cardinale Marcinkus, presidente dell’Ior. Il duo Sindona-Marcinkus si diede alle speculazioni e alle evasioni fiscali, con la collaborazione anche di un cattolico massone come Roberto Calvi, a capo del Banco Ambrosiano, la banca dei preti.

Nel 1992 a favore degli enti locali nacque l’Ici, che colpiva abitazioni ed edifici commerciali, esentando solo edifici di culto, assistenziali ed oratori. Dal 2005 però con una legge ne sono stati esentati anche i fabbricati commerciali della chiesa, modificando il concordato a favore della chiesa, non nelle forme previste dal concordato stesso, cioè senza revisione del concordato; la Chiesa era beneficiaria del provvedimento e lo aveva sollecitato, perciò non protestò per la violazione del concordato; la classe politica, di destra e di sinistra, era sempre pronta ad andare incontro ai suoi desideri.

Una legge del giugno 2002 riconosce l’embrione come soggetto di diritti ed esclude la fecondazione assistita tra le prestazioni del servizio sanitario nazionale con il divieto di fecondazione eterologa. Gli italiani sono, in larga maggioranza, a favore dell’aborto e dell’eutanasia, ma il Parlamento non se ne preoccupa, teme solo di urtare il Vaticano, perciò gli italiani sono costretti, per queste pratiche, a rivolgersi all’estero.

Archiviato il monopolio medioevale della Chiesa all’insegnamento, questa affermò che la scuola laica era lesiva della libertà di scelta delle famiglie ed indifferente ai problemi dello spirito, perciò reclamò la libertà d’insegnamento, cioè le scuole private in concorrenza con quelle pubbliche. Inoltre, dal 1945 alla pubblica istruzione pretese ministri democristiani. La nostra costituzione prevede le scuole private, ma senza aiuti da parte dello Stato, però il governo Berlusconi e delle amministrazioni locali hanno provveduto a concedere aiuti alle scuole private, inoltre, gli oratori cattolici sono finanziati dalle regioni.

Oggi in Italia il vescovo ha un’autorità superiore a quella del prefetto, con l’aiuto del vescovo si può fare carriera; con un provvedimento legislativo successivo alla revisione del concordato, 20.000 insegnanti di religione, scelti dal vescovo e assunti senza concorso, sono divenuti dipendenti fissi dello Stato e, se revocati dal vescovo, possono svolgere altre funzioni nella pubblica amministrazione e non possono essere licenziati.

Oggi i Ds sono ancora concordatari: Luigi Berlinguer ha scritto la legge che finanzia le scuole confessionali, Massimo D’Alema ha presenziato alla cerimonia per la beatificazione di Escrivà de Balaguer, Francesco Rutelli ha votato una legge restrittiva sulla fecondazione assistita, Casini è con Comunione e Liberazione, Berlusconi osanna la Chiesa e la destra è tuttora vicina al Vaticano.

Però in Spagna Zapatero l’ha sfidata sui temi della famiglia e della sessualità e la Francia ha proibito i simboli religiosi nelle scuole; se anche la società italiana è secolarizzata, come il resto d’Europa, la classe politica italiana è alla deriva clericale, forse perché screditata, sente che deve il proprio potere solo alla Chiesa e non al popolo italiano.

Per la classe politica italiana, caduta la fede nel comunismo e negli altri ideali politici, la Chiesa appare come fattore di stabilità. Accade anche in America con Bush, però in quel paese, la separazione tra Stato e Chiesa, diversamente che in Italia, funziona. Lì la Chiesa cattolica coltiva soprattutto i suoi interessi negli ospedali, nelle scuole e nelle sue numerose attività economiche.

Oggi in Italia i politici governano con il consenso della Chiesa, che detiene il potere reale nel Paese, insomma i politici chiedono i voti al popolo, però per essere eletti e per governare hanno bisogno sempre dell’appoggio della Chiesa, che ha il controllo del Paese, questa è la condizione attuale dell’Italia, Paese a sovranità limitata.

La sovranità non è mai appartenuta al popolo ma a quelli che riscuotevano le imposte e beneficiavano del signoreggio monetari. I sovrani, come il Vaticano, reclamano privilegi ed esenzioni fiscali; nei protettorati, gli Stati protettori riscuotevano tributi dagli stati protetti, ai quali spesso imponevano trattati ineguali, discriminanti e vessatori come i concordati.

Nunzio Miccoli

Fonti: Resistenza Laica e Alteredo


Bibliografia

www.homolaicus.com/diritto/concordato.htm


Le immagini sono prese dal sito "Foto Mulazzani"

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Religioni
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Aggiornamento: 14/12/2018