Gioca gratis


 |
LE 12 REGOLE DEL BON TON LINGUISTICO

- Nessun testo senza contesto
Non si può né scrivere né interpretare adeguatamente un testo senza
darne in qualche modo le coordinate spazio-temporali.
A che cosa si riferisce un testo? Se si pretende che altri lo capiscano,
bisogna offrire delle indicazioni preliminari, altrimenti è preferibile considerarlo per
quello che ci sembra: un testo fine a se stesso, che gioca con le parole,
che vuol trasmettere un'emozione, una curiosità... senza particolari
pretese.
Le suddette coordinate possono essere date in vari modi, non è sempre
necessario specificare giorno mese anno. Si può anche essere allusivi,
metaforici, per una scelta personale o perché costretti da condizionamenti
esterni; bisogna comunque farlo in maniera tale che i destinatari del
messaggio abbiano elementi sufficienti per capire qualcosa di essenziale, anche se l'ambiguità
resta ineludibile.
Chi pensa di scrivere soltanto per l'umanità è un astratto idealista, è
lontano dai bisogni della sua gente. Un testo deve servire anzitutto per i
propri contemporanei, benché sia sempre possibile che qualcuno, fra mille
anni, abbia voglia di riutilizzarlo.
Ma è noto che quando si riprendono in mano testi scritti molto tempo prima,
l'interpretazione che se ne dà, l'uso che se ne fa è molto diverso da ciò
ch'era stato fatto nel momento in cui vennero scritti. Si pensi solo al recupero di
Aristotele in epoca medievale o a quello di Platone in epoca umanistica.
Bisogna dunque scrivere per il presente, lasciando al futuro la propria
autonomia. E' vero che di un testo ci si può accontentare del suo
significato morale o filosofico, ma è molto più grande la soddisfazione
quando se ne comprende il nesso con la storia, con l'ambiente di riferimento
che ha indotto l'autore a scriverlo.
Noi non sappiamo chi abbia redatto l'indovinello veronese: "Se pareba boves,
alba pratalia araba, albo versorio teneba, et negro semen seminaba". Però ci
piace sapere che sia stato un anonimo amanuense altomedievale, più che se
non
l'avesse scritto Cicerone in persona.
- Meglio semplice e corretto che il contrario
I geni dell'umanità avevano padronanza assoluta della lingua: è forse questo
il motivo per cui Marx è sempre stato apprezzato più dell'amico Engels, il
quale però per molti versi gli era superiore.
Spesso per poter comprendere adeguatamente questi geni ci vuole non meno
padronanza linguistica. Ecco perché forse è preferibile limitarsi a scrivere
cose semplici e grammaticalmente corrette, piuttosto che avventurarsi in
imprese al di sopra delle nostre forze.
La passione per la lingua scritta può avvenire col tempo, ma non è detto che
si sia sempre capaci di trovare una forma adeguata ai propri contenuti.
Se i contenuti sono elevati ci vuole una forma corrispondente, e questo
obiettivo è molto difficile da raggiungere.
Se noi diciamo che nell'arte la forma è sostanza, perché questo non dovrebbe
valere anche nella lingua? Il
De vulgari eloquio lo dice chiaramente: per trattare "materie
eccellenti" occorre "ingegno e sapienza".
Però Dante era un aristocratico delle lettere. Se prendiamo ad es. i Vangeli
noteremo una realtà del tutto opposta, e cioè il fatto che si possono
scrivere cose molto profonde usando un linguaggio quasi elementare. Di
fronte a un'esperienza letteraria del genere ci si può chiedere se davvero
sia stato possibile realizzarla in tutta semplicità.
Forse il segreto del successo di un testo scritto sta proprio in questo:
avere una grande esperienza da raccontare senza rischiare di banalizzarla
usando un linguaggio alla portata di tutti. Solo i grandi scrittori sanno
quanto sia difficile essere semplici e avvincenti.
- Anche il non senso ha un senso
Siamo immersi nella semantica dalla mattina alla sera, proprio perché
"in principio era il logos"... Non si può quindi guardare con sufficienza
ciò che non rientra nei canoni prestabiliti, ciò che va oltre le regole o il
consueto.
Il non-senso può essere un messaggio criptico, cifrato, come i pizzini di
Provenzano o i rebus di Moro prigioniero delle B.R. Può essere un messaggio
indiretto, allusivo, a mo' di parabole, soggetto a censure (le veline) o
autocensure (i troppi scrupoli di coscienza), oppure può semplicemente
denotare un disagio, il malessere di chi non si sa esprimere con sufficiente
chiarezza, o perché ha pochi strumenti comunicativi, o perché, al contrario,
ne ha troppi e presume che gli altri ne abbiano come lui e lo capiscano al
volo.
Lo stesso linguaggio della politica, ove si dice tutto e il suo contrario,
viene spesso considerato dalla stragrande maggioranza dei cittadini come un
incredibile non senso. Ma questo vale anche per tutti i linguaggi
specialistici, settoriali, il primo dei quali è quello giuridico, che pare
fatto apposta per trarre in inganno il senso comune.
Il non-senso di certe espressioni linguistiche a volte purtroppo porta a
conseguenze tragiche: come quando gli indigeni americani non capivano le
pretese dei colonizzatori avanzate con la lingua castigliana; oppure può
essere espressione di un forte malessere esistenziale, come nel linguaggio
dei folli, che va decodificato per poter comprendere l'origine della loro
malattia.
- Il testo è un pretesto? Dimostralo!
E' una responsabilità quella di sostenere che un testo vuol dire "altro"
rispetto a ciò che apparentemente sembra. Dimostrarlo non è facile, essendo
raro avere indizi, prove o riscontri concreti da far valere, soprattutto
quando dalla stesura di un testo è passato troppo tempo per farsi un quadro
esatto delle motivazioni che l'hanno generato.
P.es. la Donazione di Costantino fu scritta per convincere i Franchi
ad accettare la tesi che insieme alla chiesa romana avrebbero potuto evitare
completamente di prendere in considerazione la presenza della realtà
bizantina nella parte occidentale dell'impero romano-cristiano; ci vollero
700 anni prima di scoprire che si trattava di un falso patentato.
A volte proprio lo scorrere del tempo può costituire un vantaggio, in quanto
si attenuano le pressioni extra-testuali che impedivano al testo d'essere
interpretato in modo per così dire "non ufficiale". Questo vale anche per un
altro falso famosissimo in ambito ecclesiastico: le Decretali dello
Pseudo-Isidoro, smascherate solo quando nel XV secolo s'impose la
critica testuale.
Paradossalmente si finisce col capire meglio un testo proprio quando esso ha
perso molta della propria importanza.
- Riassumi e commuovi e sarai grande
Riassumere e commuovere contemporaneamente è impossibile. Sono due abilità
linguistiche del tutto diverse. In un certo senso, se vogliamo, è ciò che
distingue un testo scientifico da uno propriamente letterario.
Saper riassumere con precisione è una virtù che si acquisisce con
l'esercizio; saper commuovere con le parole non dipende solo dall'esercizio:
occorre una particolare sensibilità. E questa è un'arte che solo la vita può
dare.
Non si tratta semplicemente di attenzione per i particolari, ma proprio
della capacità di toccare corde emotive, al di là della coerenza logica.
Non si diventa grandi scrittori scrivendo perfettamente tra le pareti di una
stanza sommersa dai libri. Prima dei suoi sofferti Idilli Leopardi
scrisse 240 traduzioni, saggi eruditi e filologici, tragedie, inni,
commenti, discorsi, ecc. il cui valore è modestissimo.
Questo per dire che chi scrive romanzi deve saper commuovere, altrimenti è
meglio che faccia riassunti. E gli arabi che durante il Medioevo
sintetizzarono buona parte della cultura ellenistica e indo-buddhista,
furono grandi, perché permisero all'Europa occidentale di avere un percorso
che altrimenti sarebbe stato molto diverso.
- Fatti e parole si alternano come il sole e la luna
Il linguaggio è tanto più bello quanto più non rimanda a qualcosa di
semplicemente linguistico. Perché è così tanto odiato il linguaggio dei
politici? Perché è fine a se stesso, alla mera conservazione del potere,
come una sorta di teatrino dove i ruoli sono stabiliti a priori. Assomiglia
a quel gioco in cui con poche lettere alfabetiche si possono formare molte
parole di senso compiuto e persino opposto: dentro la parola "democrazia",
p.es., si possono ricavare parole come "amare" e "odiare".
L'esperienza senza un linguaggio che la renda intelligibile è cieca, ma il
linguaggio autoreferenziale è vuoto.
Dovendo però scegliere tra l'esperienza muta e il linguaggio forbito, cosa
preferire? Fatti e parole devono sostenersi a vicenda, come due coniugi che
si promettono amore eterno.
Difendi dunque i fatti con le parole ma soprattutto con altri fatti, sino al
punto in cui essi possano parlare anche da soli.
- Un fatto non parla mai da solo
Purtroppo un fatto non parla mai da solo, anche se non è detto che parli di
meno quando si rifiuta di farlo. Tanti silenzi sono più eloquenti di mille
parole.
I fatti parlano se siamo disposti ad ascoltarli, se sappiamo porre le
domande giuste, se non li mettiamo in condizioni imbarazzanti, se siamo
capaci, nell'uso delle ipotesi interpretative, di non andare oltre quel
livello di profondità che non ci compete, in quanto appartenente alla sfera
della libertà umana.
D'altra parte non è detto che un fatto molto loquace sia anche molto utile
all'accertamento della verità. Molti fatti emozionano, commuovono, ma questa
capacità di toccare i sentimenti non li rende di per sé più veri,
indispensabili alla convivenza umana, efficaci per la soluzione dei
problemi...
I fatti hanno il senso che gli diamo, anche se ogni fatto ha il proprio
senso. La verità dei fatti è la capacità di adeguare la nostra
interpretazione al loro senso oggettivo.
Un fatto arriva a parlare da solo quando non si ha più bisogno
d'interpretarlo, in quanto tutti lo sanno interpretare adeguatamente. Ma è
davvero possibile tacere di fronte a un'interpretazione univoca? O forse è
meglio dire che ci sarà sempre un'ulteriore sfumatura interpretativa?
- Non esistono le interpretazioni univoche
Quando qualcuno sostiene che un fatto può essere interpretato in maniera
univoca, lì si rischia una qualche forma di autoritarismo. La ricerca
dell'interpretazione migliore va lasciata alla libertà dei cittadini. Se
questa ricerca porta al silenzio, poiché di fronte a certi eventi è
preferibile scegliere questa opzione, bisogna assicurarsi che il tacere,
esattamente come il parlare, siano una scelta di libertà.
A tutti piacciono le sicurezze interpretative, ma non a condizione che
questo obiettivo debba essere pagato col prezzo della libertà.
Il fatto che non esistano interpretazioni univoche non significa che non
esista la verità delle cose, ovvero che ogni interpretazione possa essere
quella giusta. Nella storia vi è un progressivo adeguamento
dell'interpretazione alla verità dei fatti. Non siamo mai in grado di
stabilire una verità assoluta dei fatti, però possiamo pretendere che una
verità sia più oggettiva di altre.
- Ogni genere ha la sua dignità e le sue regole
Per giungere a esprimere o a formulare una verità dei fatti si può scegliere
il genere letterario che si vuole, ma a condizione di rispettarne le regole,
che non sono soltanto quelle formali-linguistiche, ma anche semantiche.
Non si può affrontare il tema del linguaggio senza affrontare quello della
logica del ragionamento astratto, quello della tecnica del sillogismo,
quello delle possibili forme interpretative non razionali, nell'accezione
occidentale del termine. E' da circa mezzo millennio che noi sosteniamo che
una cosa è vera quando è dimostrabile, ma vi sono culture che preferiscono
affidarsi alla tradizione o all'analogia rispetto a fatti precedenti.
Si può arrivare alla verità delle cose scrivendo un romanzo o un testo
storico, o, come fece il Manzoni, un romanzo storico. L'importante è
rispettare le regole formali del genere e quelle sostanziali della
comunicazione, che sono quelle della dialettica, in cui gli opposti si
toccano, si compenetrano e danno vita a una nuova sintesi.
- Lingua è comunicazione in senso lato
La lingua non è tanto comunicazione scritta, ma comunicazione in senso lato,
a tout azimut, in cui il soggetto emittente e quello ricevente si
pongono come persone integrali, olistiche, in grado di dare e ricevere non
solo con l'intelletto ma con tutto il corpo.
Ma se la lingua è comunicazione, l'apprendimento della grammatica è soltanto
un suo aspetto. E' la comunicazione che va imparata. La retorica deve
rientrare nei programmi disciplinari. Che senso ha saper interpretare una
poesia senza saperla recitare?
Linguaggio è comunicazione, che è infinitamente di più del tema o del
riassunto scritti. Qualunque forma di comunicazione, almeno nei suoi
rudimenti essenziali, deve poter essere appresa a scuola. Anzi, qualunque
disciplina dovrebbe stabilire il proprio statuto epistemologico
comunicativo.
Quale forma di comunicazione trasmette la matematica? Lo sanno i matematici
che non si tratta soltanto d'imparare a fare dei calcoli per trovare le
soluzioni a determinati problemi quantitativi? Sono in grado i ragazzi di
capire quando la statistica viene usata per fare propaganda politica? E' più
difficile capire questo o le equazioni di secondo grado a tre incognite?
- Dante conosceva la grammatica
Sarebbe sciocco sostenere che più importante della grammatica, con cui saper
scrivere un testo, è l'abilità psicologica con cui comunicare a qualcuno il
contenuto di un certo messaggio.
Dante conosceva bene la grammatica, sia quella italiana che quella latina, e
come lui il Manzoni, il Leopardi, il Foscolo... Non si diventa grandi
scrittori senza sapere la grammatica: Io speriamo che me la cavo è
stata un'eccezione dovuta alla novità del caso.
In un mondo di analfabeti potrebbero anche piacere libri sgrammaticati, ma
quando c'erano gli analfabeti non si leggeva. E oggi che lo si può fare, si
accettano le sgrammaticature come stravaganza non come regola.
Ogni forma di comunicazione ha la sua grammatica. Imparare quella della
lingua scritta, nella nostra civiltà, è come imparare l'alfabeto. Non a caso
gli storici fanno coincidere la storia delle civiltà con la nascita della
scrittura, penalizzando enormemente tutta la preistoria, le società
clanico-tribali, il comunismo primitivo.
Oggi sappiamo che queste civiltà pre-antagonistiche erano migliori delle
nostre basate sui conflitti di classe, ma sappiamo anche quanto sia
impossibile lottare contro il nostro tempo senza scrivere neanche una riga.
E per poterlo fare in maniera convincente, bisogna conoscere bene ciò che
forse un giorno non esisterà più: la grammatica.
Quando arriverà quel giorno ognuno parlerà col cuore in mano e chi ascolterà
il cuore altrui riuscirà a capire e a capirsi, provando le medesime cose.
- Se ti motivo t'impegni?
Se chi vuole apprendere non si lascia motivare da queste cose, il suo
destino è quello di ripetere pedissequamente cose altrui. E' il trionfo del
nozionismo astratto, che raggiunge il suo vertice quando si sa tutto a
memoria. Il che comunque resta un esercizio utilissimo, anche se mentre lo
si fa non lo si capisce. Nelle nostre scuole si ha soltanto l'impressione
che apprendimento voglia dire ripetere meccanicamente verità precostituite.
Lasciati motivare al di là delle regole, se vuoi impararne altre che non
stancano mai. Apprendere ad apprendere, in un circolo virtuoso infinito: è
questa la regola principale da imparare.
|