- La pittura di icone storicamente
nasce dalla tecnica dell'affresco, ma si è evoluta in maniera abbastanza complessa,
soprattutto per la preparazione della tavola, che non deve incurvarsi e deve essere
resistente agli agenti atmosferici.
- La stesura dell'oro sul disegno,
fatto a matita e poi inciso con un ago, costituisce lo sfondo. Poi l'artista dipinge
servendosi di colori fatti con polveri naturali mescolate al giallo d'uovo.
- Quando la pittura è terminata, si
applica sulla superficie uno strato protettivo, composto del migliore olio di lino e di
varie resine, come l'ambra gialla. Questa vernice imbeve i colori e ne fa una massa
omogenea, dura e resistente.
- Alla sua superficie vengono fissate
le polveri, e questo col tempo dà alla massa una tinta scura. Se la si toglie, i colori
appaiono al di sotto nel loro splendore originale.
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- Essendo non soltanto il frutto di un'ispirazione artistica e
di una certa libertà nella tecnica, ma anche l'espressione di una tradizione ecclesiale,
le icone -stando al 2° Concilio di Nicea- possono essere considerate autentiche solo se vi è un consenso della chiesa.
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- Il luogo liturgico fondamentale delle icone è il tempio e, nel tempio, anzitutto l'iconostasi,
cioè la parete che separa i fedeli dal santuario ove si celebra il sacrificio.
- Di regola gli iconografi sono dei monaci
cui l'igumeno ha concesso l'autorizzazione a dipingere.
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- Nel mondo slavo e bizantino la contemplazione delle icone
aveva (ed ha) un valore salvifico pari a quello della lettura delle Sacre Scritture. Di
qui l'accesa disputa passata alla storia col nome di "iconoclastia".
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Tre sono le caratteristiche fondamentali di tutte le icone:
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- la luce naturale non ha alcun
valore, ma sia essa che tutti i colori terreni sono soltanto luce e colori riflessi;
nell'icona quindi non c'è ombra o chiaroscuro; il fondo e tutte le linee, le
sottolineature d'oro vogliono proprio significare una luce sovrannaturale;
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- la prospettiva è rovesciata,
poiché le linee si dirigono in senso inverso rispetto a chi guarda, cioè non verso un
punto di fuga dietro il quadro, ma proprio verso un punto esterno, che avvicina le linee
allo spettatore, dando l'impressione che i personaggi gli vadano incontro (i profili
infatti non esistono, se non per indicare i peccatori, né la tridimensionalità, in
quanto la profondità viene data solo spiritualmente, dall'intensità degli sguardi);
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- le proporzioni delle figure, la
posizione degli oggetti, la loro grandezza non sono naturali (pesi e volumi non esistono),
ma relative al valore delle persone o delle cose: non esiste naturalismo o realismo (cioè
la ritrattistica), ma solo simbolismo.
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- Il corpo, sempre slanciato,
sottile, con testa e piedi minuscoli, è disegnato a tratti leggeri, e il più delle volte
segue le linee delle volte del tempio, in quanto la pittura dipende dall'architettura.
- Tutto comunque è dominato dal volto,
perché è da qui che il pittore prende le mosse. Gli occhi sono molto grandi, fissi, a
volte malinconici, sotto una fronte larga e alta; il naso è allungato, le labbra sono
sottili, il mento è sfuggente, il collo è gonfio. Tutto per indicare ascesi, purezza,
interiorità...
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- Altro aspetto frequente che si trova nelle icone è la simmetria,
che indica un centro ideale al quale tutto converge.
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- In Europa occidentale l'iconografia è rimasta sostanzialmente di tipo bizantino sino a
Duccio di Boninsegna e Giotto, cioè sino al momento in cui si è cominciato a introdurre
la prospettiva della profondità, il chiaroscuro naturalistico, il realismo ottico,
perdendo così progressivamente il carattere misterico e trascendente delle
rappresentazioni sacre.
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